Cinque coniglietti

· Laura Fusconi ·


PID: http://hdl.handle.net/21.11108/0000-0007-C2CC-8

1

Cinque coniglietti andarono a spasso,
uno di loro sbatté contro un sasso

Non ci sono cornacchie attorno all’azienda di papà. Un tempo ce n’erano tantissime, volteggiavano sulle trincee dell’insilato e s’intrufolavano sotto i teli neri, beccando il mais. O restavano a fissarti dalle rastrelliere, coi loro occhi neri che parevano ciechi. Non avevano paura delle mucche e nemmeno delle urla dei maiali che venivano dalla stanza del macello. Quando qualcuno provava a cacciarle via agitando le braccia, loro si alzavano in volo scocciate e si andavano ad appollaiare sui sili o sul cofano dei trattori spenti.

Poi papà ne ha trovata una morta e l’ha appesa a un palo che ha messo davanti alle trincee dell’insilato. Il giorno dopo le cornacchie erano sparite. Se n’erano andate tutte, come se la cornacchia impiccata avesse detto di farlo.

Cerco di richiamare l’attenzione di Marta che sta seduta nel sedile accanto al mio. Marta è girata e sta guardando fuori, le dita come al solito attorcigliate a una ciocca di capelli. I capelli di Marta sono belli da morire. Li vorrei avere uguali. Sono liscissimi, roba che se ci metti la mano ti scivola via, e sono neri come l’ossidiana che mi aveva re­galato papà quando avevo la fissa dei minerali. I miei fanno schifo. Sono tutti ricci che non ci posso neanche fare una coda se no si disfa subito.

«Eccole là» dico, ad alta voce.

Marta segue la direzione del dito che tengo schiacciato contro al finestrino, oltre i campi di frumento ancora verde. Gliene ho parlato fino allo sfinimento: le piscine di cacca.

Rotonde, identiche, grandi come una casa a due piani.

«C’è tanta cacca dentro che riempirebbe per intero la nostra scuola» le avevo detto. «Immagina tutte le classi piene di cacca, con i banchi e le maestre che vengono spazzate via».

Guardo Marta con l’orgoglio di chi mostra qualcosa di pazzesco.

Lei se ne sta zitta, sicuro perché con papà che guida si vergogna a fare domande, e forse perché riconosce che è una cosa incredibile e che senza di me non l’avrebbe mai scoperta.

Papà svolta nella strada sterrata tra il campo di pomodori e quello di granturco, con le piante che adesso mi arrivano alla caviglia, fino a imboccare il viale di pioppi che porta all’azienda.

La macchina rallenta e si ferma davanti all’entrata. Io apro la portiera e schizzo fuori a saponetta per controllare che tutto sia perfetto, come ho sempre raccontato a Marta: non c’è mai venuta, è la sua prima volta qui.

«Lì ci sono gli uffici» le dico, indicando un edificio basso e schiacciato con il tetto rosso e le pareti giallognole. «Mentre lì,» accenno all’edificio di fronte, identico al pri­mo «lì ci sono i laboratori».

Dico l’ultima frase in un sussurro, per fare più scena. Marta se ne sta impalata con le mani in tasca e non dice niente, ma vedo che i suoi occhi neri guizzano da una parte all’altra.

«Ci fai prendere il tè dalle macchinette?» piagnucolo a papà. Lui fa un sorriso stanco e ci fa entrare nell’edificio degli uffici. A volte papà robot è una noia, se ne sta curvo e potrebbe esserci un’esplosione che manco se ne accorgerebbe.

«Mi fai vedere le stalle?» mi chiede Marta.

«Prima ci prendiamo il tè»

Papà ha la stessa macchinetta del caffè che c’è a scuola, solo che quella della scuola è per gli adulti: noi non possiamo usarla. Qui invece è tutto gratis, perché papà ha pure la chiavetta magica.

«Premi tu il bottone anche per me» dico a Marta, una volta che ha preso il suo tè. «Che tanto io posso farlo tutte le volte che voglio».

Papà si riprende la chiavetta magica e se ne va nel suo ufficio, lasciandoci davanti alla macchinetta con le mani strette attorno al bicchiere bollente.

«Non fate disastri» ci dice soltanto.

«No» gli sbuffo contro, ma non mi sente neanche perché è già sparito oltre la porta.

Libere. Trascino Marta per il corridoio, sotto lo sguardo degli animali che ci scrutano dalle gigantografie appese alle pareti: c’è il maiale ricoperto di fango e la mucca con un’orecchia alzata. Fino a qualche anno fa avevo paura della fotografia vicino ai bagni, quella del maiale nero con gli occhi strizzati e la faccia rugosa come un vecchio.

«Ma non ci lavora nessuno qui?» chiede Marta.

Siamo sole. Noi con le fotografie degli animali.

«C’è solo mio papà e il suo socio» le spiego. «E il trattorista. E quelli che lavorano nelle stalle, ma non vengono spesso».

«A lavoro da mio papà c’è tantissima gente».

Il papà di Marta lavora in comune, un banalissimo lavoro dietro la scrivania.

Alzo le spalle e la porto nella sala conferenze, che è una gigantesca stanza con un mega tavolo ovale al centro e attorno un sacco di sedie rosse con le rotelle. Senza bisogno di dirci nulla, appoggiamo il tè e ci lanciamo sulle sedie rosse: in meno di un secondo stiamo sfrecciando per la sala e ci rincorriamo intorno al tavolo come se le sedie rosse fossero dei go-kart.

2

Quattro coniglietti andarono in un prato,
uno di loro non s’è più trovato

Io e Marta ci conosciamo dalla scuola materna. Eravamo in classe insieme, ma non ci filavamo di striscio. Io giocavo a calcio coi maschi, mentre lei stava con le femmine nella casetta di Biancaneve. Se io giocavo ai Power Rangers, lei giocava con le pentole e i piattini. Però ci studiavamo da lontano, facendoci smorfie.

Ci insegnavano un sacco di canzoni tremende alla scuola materna. La più tremenda di tutte era quella dei cinque coniglietti, che morivano uno dopo l’altro. E le maestre, non contente, ce la facevano pure recitare. Nella prima strofa uno dei cinque coniglietti va a sbattere contro un sasso e muore. Io facevo il sasso e Marta faceva il coniglietto che muore. È stata la prima volta che abbiamo fatto qualcosa insieme, io e Marta: mi ha dato una testata contro un fianco, poi è caduta a terra stecchita.

Il primo giorno di scuola elementare ero nell’angolo in fondo alla classe, con un’or­renda cartella quadrata che mi avevano voluto prendere i miei, e non parlavo con nessuno perché non conoscevo nessuno, e pensavo a come avrei fatto a stare seduta in un banco per così tante ore senza muovermi e già non mi piaceva la maestra e nem­meno i miei compagni che schiamazzavano, ma poi ho visto Marta che entrava dal­la porta con uno zaino Invicta blu più grosso di lei. Ho iniziato a sbracciarmi. Dal nulla. Non c’eravamo mai parlate.

«Marta!» le ho gridato.

Lei mi ha raggiunto e si è seduta nel banco vicino al mio. Come se fosse la cosa più scontata del mondo.

Dopo qualche settimana la maestra ci ha cambiato di posto perché chiacchieravamo troppo, ma trovavamo sempre il modo di stare appiccicate. Anche fuori da scuola: io ho iniziato ad andare a nuoto e lei mi ha subito seguita. Ci hanno spedito nel preagoni­smo, società Vittorino da Feltre. Le gare il sabato e la domenica, noi negli accappatoi di spugna, coi costumi rossi e le cuffie identiche, ad aspettare il nostro turno, l’ansia che ci arricciava le dita dei piedi, gli occhialini in testa che ci facevano assomigliare a dei piccoli alieni. Io in gara facevo stile libero e dorso, lei delfino e rana; come se ci fossimo messe d’accordo a coprire in due tutti e quattro gli stili. Siamo passate entrambe all’agonismo. Andavamo agli allenamenti insieme. Il costume stava meglio a lei, io sem­bravo uno scheletro. E quando si toglieva la cuffia i suoi capelli neri brillavano mentre i miei mi restavano appiccicati alla fronte come una ragnatela. Lei era più brava di me. È sempre stata più brava di me a nuotare, io lo sapevo benissimo ma non l’ho mai am­messo. Quando l’anno scorso ho smesso di nuotare le ho detto che era perché volevo cambiare sport. Ho iniziato tennis. L’ha iniziato pure lei. Faceva due sport e io solo uno. Allora mi sono iscritta anche a basket. Mi piace un sacco giocare a basket. Sono nella squadra maschile per ora, e ci sono pure Carlo Ricci e Filippo Canepari, e Marta è in­vidiosa. Quando in classe mi metto con loro a parlare di basket lo so che si sente esclu­sa, anche se non lo dà a vedere. Io preferisco Carlo Ricci, lei Filippo Canepari – su quello andiamo d’accordo. Ma è solo perché in realtà ci piace a tutte e due da morire Michele Mozzi. Michele Mozzi che non parla quasi mai e che quando è assente a scuola la giornata perde significato. Non ce lo siamo mai dette, che ci piace da morire. Ogni giorno, all’uscita, Marta fa con lui un pezzo di strada in più di me. Ci sgomitiamo per stargli vicino, e lui finisce sempre al centro. A volte sembra che preferisca me, altre vol­te sono sicura che gli piace Marta. Mentre camminiamo, io e Marta ci parliamo sopra a vicenda, e cerchiamo solo di dire una cosa più divertente e interessante di quella che ha appena detto l’altra. E poi arriva il maledetto incrocio in cui io devo proseguire dritto mentre loro devono girare a destra, e ogni volta muoio dalla gelosia: chissà che si dicono in quei metri in cui io non ci sono, chissà di che parlano.

Quando il pomeriggio mi fermo a casa di Marta almeno la tortura di vederli andare via insieme da soli me la risparmio. Marta ha un gatto che si chiama Oklahoma e un fratello che si chiama Fabio. A noi è vietato entrare in camera di Fabio, soprattutto quando c’è Cate. Fabio l’ha perfino scritto sulla porta con l’indelebile nero, nel caso ce lo dimenticassimo: DIVIETO D’ACCESSO.

Quando suona Cate, io e Marta ci piazziamo nell’ingresso, giusto per dare fastidio, e Fabio cerca sempre di spingerci via e quando Cate entra le sta spalmato addosso come se lei fosse un’attrice famosissima sul tappeto rosso e lui la sua guardia del corpo. La scorta in camera e ci sbatte la porta in faccia.

Cate manco ci saluta. Chissà che cosa fanno tutto il tempo in camera. Cioè, sì, fanno «le porcherie», come dice Marta, ma per tutto quel tempo? Non possiamo neanche spiarli dal buco della serratura perché Fabio ci ha infilato dentro una pallina di carta igienica e quindi ce ne stiamo in corridoio sghignazzando e cerchiamo di disturbar­li facendo più casino possibile, sculettando lungo il corridoio per imitare la camminata della Cate.

Quando Fabio non è in casa sgattaioliamo in camera sua: facciamo finta di essere due esploratrici che si addentrano nella giungla, tra montagne di vestiti stropicciati, dischi e calzini sporchi. Il nostro nemico è un uomo che ci tiene d’occhio da un poster: ha la mascella quadrata, i riccioli e i capezzoli che sembrano due uova fritte. Sotto al materasso di Fabio ci sono le foto strappate di donne nude. Io sono in imbarazzo quan­do Marta le tira fuori per farmele vedere, lei per niente.

«Io non le voglio avere così grandi le tette».

«Neanch’io».

Quello che preferisco però è quando apriamo l’armadio e ci mettiamo a guardare le magliette di Fabio. Sono tutte nere con dei disegni inquietanti sul davanti: scheletri, pistole, croci, zombie e strani mostri. Per lo più sono band musicali, mi ha spiegato Marta. Avevo perso la testa per quella in cui una gigantesca scritta tutta gotica troneg­giava sopra a un cimitero. Obituary, c’era scritto.

«Tienila tu» mi aveva detto Marta.

«Ma è di tuo fratello!».

Marta aveva alzato le spalle.

«Ne ha talmente tante che manco se ne accorge».

Avevo tra le mani un tesoro. Già mi vedevo sfilare con quella e i miei pantaloncini grigi.

Chiaramente Fabio se n’è accorto e Marta mi ha raccontato che ha gridato una sera intera contro la madre perché non trovava più la sua maglietta preferita. Marta rideva come una matta mentre me lo diceva. Secondo me lo sapeva benissimo che era la sua maglietta preferita e io ridevo con lei, ma mi sentivo bruciare le guance e quando sono tornata a casa ho nascosto la maglietta Obituary in fondo all’armadio e non l’ho mai messa. Dev’essere ancora là, tutta appallottolata.

Qualche giorno fa eravamo in camera di Fabio e Marta se ne stava pensierosa sul letto disfatto. A un certo punto ha indicato il poster.

«Ti piace a te?» mi ha chiesto.

«Il nostro nemico?».

Marta ha fatto un mezzo sorriso, facendomi vergognare.

«No, lui nella realtà. È un cantante».

«Come si chiama?».

«Jim Morrison».

«Ah».

«Beh, ti piace?».

«No, con quei riccioli sembra una femmina».

«A me piace».

«Chiedigli di starti insieme».

«Non posso. È morto».

A volte quando siamo in camera di Fabio penso alla camera di Raffaele. Non c’è niente di simile, le pareti sono bianche, senza poster né tracce di scotch, non ci sono fo­tografie, e nemmeno calzini sparsi in giro. Tutto è in perfetto ordine. Eppure aveva la stessa età che ha ora Fabio, penso sempre. E mi chiedo dove sono le magliette nere con i nomi dei gruppi, le foto di donne nude sotto il materasso. Non c’era una Cate, non mi ricordo nessuna Cate e nessun disco che faceva vibrare la porta della camera. Ricordo le Polo, i jeans chiari, le sue spalle chine sulla scrivania, quando studiava, la sera. Ricordo il mio terrore quando mamma e papà uscivano per andare a teatro. Era la mia bestia nera, il teatro: silenzio in casa e ombre piene di assassini che strisciavano nel corridoio. Accendevo le luci e mettevo il volume della televisione al massimo, ma non serviva a nulla. E allora bussavo in lacrime alla porta di mio fratello, che stava in fondo al corri­doio, di fronte alla mia.

«Posso stare qui?» gli chiedevo.

«Sì» mi diceva lui.

O forse non mi diceva proprio niente e io mi mettevo sul suo letto e gli guardavo la schiena mentre lui alla scrivania sottolineava libri con l’evidenziatore giallo. Mi piaceva il rumore che faceva l’evidenziatore sulla carta. Mi accucciavo sul suo cuscino e mi ri­svegliavo la mattina dopo nel mio letto. Non ho mai capito chi mi riportava in camera.

3

Tre coniglietti andarono al mare,
uno di loro fu visto affogare

«Chi perde paga penitenza».

Tennis, allenamento della scorsa settimana, partita finale. Tre game. Uno lo vince Marta, uno io. Al terzo siamo quaranta a trenta per lei. Batto io, non la prende. Qua­ranta pari. Rettilineo di dritto. Vantaggio mio. Batto di nuovo. La prende, cerca di fre­gar­mi e me la mette a sinistra, ma io piazzo un rovescio lungolinea, e tengo la mia racchetta Babolat con una mano sola, anche se Stefano, il nostro allenatore, mi sgrida sempre perché dice che dovrei tenerla con due mani, ma io non lo ascolto mai. E vinco. Migliaia di mani invisibili mi acclamano. Marta tira un calcio alla sua racchetta Head.

«Chi perde paga penitenza». Marta deve pagare penitenza.

«Martedì dopo scuola vieni con me all’azienda di papà?».

Avevo pensato di chiuderla per un po’ nella gabbia dei maiali. L’ultima volta che do­vevo pagare penitenza io mi ha fatto scrivere una lettera d’amore a Corrado Battisti solo per cercare di levarselo di torno perché lui è innamorato perso di Marta e lei non ne vuole sapere. Non ne vorrei sapere neanch’io: Corrado Battisti ha l’alito che puzza e le lentiggini che gli vanno fin dentro il naso. Io ho rispettato le regole e la lettera a Cor­rado Battisti gliel’ho scritta, ma lui poi l’ha letta ad alta voce a tutta la classe e nessuno voleva crederci che in realtà non era vero niente. Con Marta mi sono offesa a morte e non le ho parlato per due giorni.

«Chi perde paga penitenza».

Mi blocco di colpo e balzo giù dalla sedia rossa con le rotelle.

«Andiamo fuori» le dico.

In cortile fa un caldo mortale, c’ho tutta la maglietta appiccicata addosso. È una pri­mavera con le giornate che pare già estate.

«Che cosa vuoi vedere?».

«Le stalle».

«Okay. Seguimi».

Passiamo davanti alle due torri altissime e Marta vuole sapere come si chiamano e cosa c’è dentro.

«Si chiamano sili e prima ci mettevano l’insilato, che è il mangime per gli animali» ripeto a macchinetta.

Sono sicura che le dà fastidio il fatto che qui io so tutto e lei niente.

Entriamo nella stalla e le rondini ci stridono addosso per cacciarci, ma noi non ci facciamo intimorire e restiamo a guardare le teste delle mucche che sbucano dalle ra­strelliere per mangiare il fieno.

«Andiamo nei laboratori?» dico. «Qui è noioso».

Marta deve pagare penitenza.

Fuori fa sempre più caldo, il sole si accanisce su di noi mentre passiamo accanto alle trincee dell’insilato. Peccato che adesso non c’è più la cornacchia impiccata: mi sareb­be piaciuto sfidare Marta a toccarla. Io le piume delle ali gliele avevo accarezzate. Erano morbidissime.

Torniamo nel cortile tra i due edifici gemelli e apriamo la porta di quello sulla sinistra, dove sta attaccata una targhetta nera che dice LABORATORI.

Nelle prime stanze ci sono tavoli lunghissimi con mucchi di provette e di contenitori strani. Papà non vuole che vengo qui. Ma io da grande voglio fare la scienziata e da qualche parte devo pur cominciare.

«Che cosa fanno qua?».

«Gli esperimenti».

«E di là cosa c’è?» indica il corridoio in fondo.

A Marta non interessa la scienza, lei è brava solo in italiano, a scrivere i temi.

«C’è la penitenza che devi fare, di là» le dico con un sorrisetto.

Lei fa una smorfia e mi precede.

Il corridoio è sporco da far schifo, il soffitto è marcio e ci sono ragnatele e mosche ovunque. Sul pavimento scie di fango e piume bianche tutte stropicciate. Cammino cer­cando di far risuonare per bene i miei passi e mi fermo con una giravolta teatrale ac­canto alla prima porta.

STABULARIO GABBIE DIGERIBILITÀ SUINI dice la targhetta. Eccoci. Mi appendo alla mani­glia e la stanza che ci si apre davanti per un attimo fa venire i brividi perfino a me: su un lato ci sono quattro gabbie alte e strette, con le sbarre grosse come quelle delle pri­gioni vere e sull’altro un’infinità di gabbie più piccole, tutte vuote.

«Lì ci vanno i maiali» dico, indicando le più grosse. La mia voce qui dentro ha un suono strano.

«E in quelle lì più piccole?».

«I conigli».

Ci avviciniamo alle gabbie dei maiali e io faccio correre un dito lungo il catenaccio che ne tiene chiusa una.

«Entraci!» dico a Marta.

«No!».

«Devi pagare penitenza!».

«Sì, ma non così!».

«Io la lettera a Corrado gliel’ho data!».

«Vabbè».

«Entraci! O hai paura?».

«Non ho paura!».

«E invece sì» le rido in faccia.

«Per quanto ci dovrei stare?».

«Dieci minuti».

«E chi tiene il tempo?».

Le sventolo il mio Swatch metallizzato sotto il naso.

«Vai in gabbia!».

Che soddisfazione dirlo. Che soddisfazione vedere Marta che fa quello che le dico di fare: apre la porticina della gabbia e ci si infila dentro, come un maiale.

«Dieci minuti. Ti lascio qua da sola. Guarda che mi affaccio per controllare che non scappi».

Esco dalla stanza ridendo.

«Via!» urlo e faccio partire il cronometro, poi mi schiaccio contro la parete lurida e cerco di non respirare. Voglio che Marta se la faccia addosso dalla paura. Si sente solo il ronzare delle mosche che mi vengono addosso e che cercano di infilarmisi negli occhi. Agito le braccia e scappo più avanti lungo il corridoio fino alla porta successiva. Mi alzo sulle punte dei piedi per vedere cosa c’è dentro e resto un paio di secondi in quella posi­zione scomoda prima di correre indietro a rotta di collo.

«Marta, stop!» urlo. «Ho cambiato idea, la penitenza è un’altra, puoi uscire!».

Temevo che facesse storie, che volesse finire i dieci minuti per liberarsi dalla peni­tenza, invece esce di volata dalla gabbia e pare sollevata.

«Che devo fare?» mi chiede.

«Seguimi» le dico, e la trascino in corridoio.

STABULARIO AVICOLO c’è scritto sulla porta.

Entriamo. L’odore di segatura, di mangime e di cacca è così forte che ci butta la testa all’indietro. Il pigolio è assordante. Ci sono due corridoi di gabbie di legno, ciascuna con una lampada rossa al centro che fa una luce inquietante.

In ogni gabbia ci sono una ventina di pulcini, delle pallette gialle e morbide che si scontrano e cadono nella segatura.

«Li possiamo accarezzare?» chiede Marta.

Apro la prima delle tante porticine di legno e tutti i pulcini si ammassano in un an­golo, arrampicandosi uno sull’altro e pigolando fortissimo per la paura.

«Prendine uno» dico a Marta, e mi scanso per lasciarla passare.

4

Due coniglietti andarono all’ovile,
il cacciatore sparò col fucile

Qualche volta veniva anche Raffaele all’azienda di papà. Si metteva in sala conferenze e riempiva il tavolo ovale coi suoi libri dei pianeti e coi fogli pieni di numeri, mentre io sgambettavo da una delle sedie rosse e cercavo di distrarlo. Ma lui era sempre concen­trato. Aveva una calligrafia bellissima: i numeri che scriveva erano tutti allineati e gonfi allo stesso modo; io cercavo di copiare i riccioli del tre e del cinque con poco successo.

«Mi insegni?».

Stringeva la mia mano che impugnava la biro, e la guidava sul foglio di carta. Il mio cinque non veniva proprio bene come il suo, ma un poco ci assomigliava.

«Perché scrivi tutti quei numeri?» gli chiedevo sempre.

Lui diceva che stava studiando cose difficili, cose di scienza e di fisica che io ero an­cora troppo piccola per capire.

Solo una volta s’era chinato su di me come per dirmi un segreto e mi aveva sussurra­to: «Sto studiando il modo per viaggiare avanti e indietro nel tempo». E aveva sorriso mentre io spalancavo gli occhi e mi coprivo la bocca con le mani.

«E potrai vedere i dinosauri?».

Lui aveva annuito, serio.

«Mi porterai con te quando l’avrai scoperto?».

«Se mi lasci studiare, sì».

Non l’avevo più disturbato.

Ricordo poco di quando Raffaele è partito senza dire nulla a nessuno. Ricordo che nei giorni seguenti ero sempre a casa di Marta, che sua mamma ci veniva a prendere finita la scuola e ci portava a nuoto e ci comprava il gelato che fino ad allora non ci aveva mai preso, e per cena c’erano sempre i sedanini al pesto che sono il mio piatto preferito. Dicono che la pasta senza condimento ha lo stesso sapore, che siano fusilli o spaghetti. Ma non è mica vero: i sedanini sono la pasta più buona di tutte. Ho mangiato tonnellate di sedanini, e la sera, quando mi addormentavo nel letto accanto a Marta, quei giorni ci parevano una gita lunghissima: non capivamo perché i nostri genitori ci stessero facen­do quel regalo, e ci sentivamo invincibili. Avevamo programmato di vivere sempre insieme, dieci giorni a casa dell’una e dieci giorni a casa dell’altra.

«Tuo fratello si è ucciso» mi aveva detto Marta qualche settimana dopo, mentre sta­vamo sul tetto della casetta dei giardini a guardare il cielo malconcio di settembre.

«No, mio fratello ha scoperto come viaggiare nel tempo».

Ha preso la bicicletta ed è andato a vedere i dinosauri.

«No, si è ucciso. Ho sentito i miei che ne parlavano».

«I tuoi non sanno niente».

Tutto lì. Non ne facemmo mai più parola.

Mio fratello aveva gli occhiali e quando parlava arricciava il naso in un modo buffo, come se si vergognasse di quello che diceva. Avevamo otto anni di differenza: non face­vamo molte cose insieme, ma ogni tanto mi veniva a prendere a scuola. Una volta sul marciapiede davanti a noi ci stavano tre ragazzi attorno a un motorino che fumavano si­garette e parlavano ad alta voce.

Raffaele mi aveva stretto più forte la mano e mi aveva spinto su un lato per farmi attraversare la strada. Per poco non cadevo sull’asfalto.

«Ehi!» mi ero lamentata.

I tre ragazzi si sono voltati nella nostra direzione e hanno iniziato a ridere.

«Guarda chi c’è!» ha detto uno.

«Raffaelino!» ha detto un altro.

Ho guardato mio fratello ma lui non ha detto niente, ha solo aumentato il passo.

«Oh, frocio! Stiamo parlando con te!».

Raffaele ha continuato a camminare come se niente fosse, stritolandomi la mano.

«Ahia!» ho detto.

Lui ha allentato la presa.

«Scusa».

«Li conosci?» gli ho chiesto.

«No».

«E perché sapevano il tuo nome?».

Non mi ha risposto. Riusciva sempre a far cadere i discorsi. Non capivo perché fosse diventato triste: era chiaro che quei tre là erano solo dei cretini come Corrado Battisti.

Non gli ho neanche chiesto che cosa volesse dire «frocio». L’ho chiesto a Marta ma neppure lei che sa sempre tutto conosceva quella parola.

«Vuol dire che ti piacciono i ragazzi» ci aveva spiegato Fabio. Stava coricato con le scarpe sul letto. «E che le ragazze ti fanno schifo».

Mi ero sentita immediatamente sollevata: era impossibile che a mio fratello piaces­sero i maschi perché io sono una femmina e sapevo per certo che gli piacevo tantissimo, se no non mi sarebbe venuto a prendere a scuola e non mi avrebbe tenuto la mano co­me se fossi una ragazza grande.

Una volta, avevo solo due anni, eravamo all’Upim per comprare una pianta di fiori alla mamma e io dal seggiolino del carrello arraffavo dagli scaffali tutto quello a cui riuscivo ad arrivare. A un certo punto ero scattata verso lo scaffale dei cactus e ne avevo affer­rato uno tutta contenta. Avevo fatto una faccia buffissima e mi ero immobilizzata, fissandomi la mano. Solo quando l’avevo chiusa a pugno avevo iniziato a frignare dispe­rata: era piena di spine sottilissime, quelle che non si vedono e si infilano sottopelle come schegge di vetro. Raffaele è rimasto una vita a toglierle tutte dalla mia mano mi­nuscola, attento a non farmi male. «Tienila bene aperta» mi diceva. E io ho fatto senza storie tutto quello che diceva, come se dai miei due anni capissi che, per il mio bene, dovevo ascoltarlo.

A mamma i fiori piacevano tantissimo. Glieli regalavamo sempre per il suo comple­anno, e a Natale, e a San Valentino, e per la festa della mamma, e per il suo onomastico. Le piacevano le rose e i tulipani, anche se il suo fiore preferito erano i girasoli. I miei fiori preferiti sono i papaveri perché quando saltano fuori ai lati delle strade vuol dire che la scuola sta per finire.

Adesso a mamma non piacciono più nemmeno i fiori. Le piante che avevamo in casa le ha fatte tutte morire apposta perché ha smesso di annaffiarle. La mamma nella ver­sione robot mi piace meno di papà: almeno papà non piange e mi lascia fare quello che voglio, tipo mangiare tre merendine in un giorno solo. Invece mamma a volte si mette in camera mia sul letto e non esce più, come se avesse paura che possa scomparire da un momento all’altro, ed è faticoso giocare con lei che mi guarda senza dire niente.

«Mamma, ora esci; non scappo con la bici io».

«Ha pedalato fino al Trebbia» li sentivo dire la sera. Ripetevano solo quello. A volte parlavano di un ponte. Mi veniva voglia di spalancare la porta e di dirgli che non ave­vano capito niente, ma poi pensavo che mi avrebbero solo rimproverato di essere anco­ra sveglia e allora me ne tornavo a letto.

Prima che Raffaele partisse, quando mamma usciva la mattina per andare al lavoro le infilavo nella borsa ogni giorno qualcosa di diverso. Un mio calzino antiscivolo, un le­gnetto che avevo raccolto al parco giochi, una sorpresa trovata negli ovetti Kinder, una castagna bitorzoluta. Giusto per farle compagnia, che dal lavoro tornava sempre stanca; così, pensavo, si sarebbe divertita di più. E se lei per caso se ne accorgeva e provava a togliere dalla borsa il calzino o il giochino che fosse, io mi arrabbiavo da matti e iniziavo a piangere disperata, per cui li ricacciava dentro e se li teneva tutto il giorno accanto alla cipria e al portafoglio. Quando era di buonumore la sera si piazzava con me sul di­vano e, tenendo stretta la sua borsa sulle ginocchia mi diceva: «Oggi allo sportello è arrivata una signora che si lamentava tantissimo, aveva un naso grande così e tutti i peli che le uscivano dalle narici, allora io ho tirato fuori questo» e dalla borsa estraeva di slancio il mio calzino antiscivolo «e le ho gridato: ‘Pussa via!’, e lei è scappata fuori dal­le poste e non è tornata più». E io ridevo tanto che mi venivano le lacrime agli occhi. Ovviamente la signora coi peli che le uscivano dalle narici non era la sola a importunare mamma sul lavoro: c’era l’uomo nero, sconfitto dalla mia forchetta coi pulcini, l’uomo più grasso del mondo, fatto esplodere grazie al mio legnetto, il lupo mannaro che si è rotto tutti i denti masticando la mia castagna.

Dopo che Raffaele è partito è cambiato tutto. La sera, quando mamma rientrava in casa, lasciava la borsa accanto alla porta e la teneva lì fino al mattino dopo. Avrei potuto riempirla con tutta la mia cesta dei giochi che tanto non se ne sarebbe accorta. Era in corso la trasformazione in mamma robot. Una sera ci ha provato a raccontarmi chi le aveva rotto le scatole allo sportello, ma non è riuscita a finire il racconto perché è scop­piata a piangere ed è andata in camera sua dopo avermi dato un bacio sulla fronte. Mi parlava sempre meno, a volte mi sentivo invisibile. Alla fine ho smesso di metterle i cal­zini nella borsa, che tanto non servivano più a niente.

5

Un coniglietto che aveva buon cuore,
rimasto solo morì di dolore

Usciamo dalla porta sul retro, io, Marta e il pulcino. Se ne sta buono tra le sue mani, congelato dalla paura.

«Sento il suo cuore che batte fortissimo» dice lei.

«Non ci deve vedere nessuno».

«Tanto non c’è anima viva qui».

Veniamo interrotte da un rimbombo e la terra ci trema sotto i piedi.

«Che è?» strilla Marta. Per lo spavento le è quasi scappato il pulcino.

Io rido.

«Un terremoto!».

«Dai, cretina!».

«Vuoi sapere che è stato?».

«Sì».

«Non te lo dico».

«Ti odio».

«Sono i nastri che trasportano la cacca delle mucche».

«Che?».

«Vieni a vedere».

La porto accanto alla stalla, dove i nastri sono in funzione e stanno trascinando mucchi di cacca e di schifo in una grossa buca di cemento. Ci sporgiamo per vederne il fondo.

«C’è una puzza che non si può stare» dice Marta, con la faccia tutta stropicciata.

A me l’odore di letame non dà più così fastidio. Ma questo non è abbastanza.

«Che ne fanno di tutta ’sta cacca di mucca?».

«La cacca solida finisce là» indico una grossa vasca di cemento. «La cacca liquida va sotto e ci sono delle pompe sottoterra che la portano da un’altra parte…».

«Dove?».

«Non te le ho ancora fatte vedere da vicino!» dico in un soffio. «Muoviti, andiamo!».

«E il pulcino?».

Non le rispondo, corro verso le piscine di cacca che se ne stanno immobili e gigante­sche, e sorridono come se ci avessero spiato fino a quel momento.

Arrivo alla scala di metallo e mi fermo a riprendere fiato.

«Ma che ti prende? Sei diventata scema?». Marta mi ha raggiunto, ha la fronte suda­ta e i capelli perfetti. Tiene il pulcino con le mani a coppa, per non fargli male. Io pren­do a salire gli scalini due a due.

«Hai gli occhi da matta!» mi urla.

«Muoviti, è una cosa pazzesca!».

Sono in cima, sulla passerella che collega le due piscine, minuscola tra quei due enor­mi cerchi di cacca. La ringhiera mi arriva al petto, ha una sbarra sola che la taglia in diagonale.

«Wow» dice Marta alle mie spalle. Sembra che l’odore non dia più fastidio neanche a lei. È come se fosse solido, se aleggiasse a banchi sopra le piscine. «Quanta cacca ci sta qui dentro?».

«Ettolitri su ettolitri. Migliaia di ettolitri».

«Ma la cacca si misura di litri o in chili?».

«Questa in litri, non vedi com’è liquida?».

«Quella non pare tanto liquida» punta un dito verso il centro della piscina.

«È solo la crosta. Non vedi che è più giallina? Sotto è liquida».

«Non ho mai visto niente di così schifoso».

«Pensa farci il bagno».

Marta ride.

«Dovremmo farlo fare a Corrado Battisti. Sicuro gli piacerebbe».

Marta si sporge oltre la ringhiera, è in punta di piedi. Marta che ha i capelli che bril­lano al sole, che ha un fratello che si chiama Fabio e un gatto che si chiama Oklahoma. Un papà non robot che lavora in comune e una mamma non robot che cucina dei seda­ni­ni al pesto buonissimi. Marta che fa un pezzo di strada in più con Michele Mozzi e che è più brava di me a nuotare, a correre, a lanciare la palla a palla-prigioniera e a scri­vere i temi.

«Secondo te quanto ci mette una persona a morire se cade lì dentro?» le chiedo.

«Tre minuti».

«Secondo me molto meno».

«Anche se quella persona sa nuotare bene come noi?».

«Non servirebbe a niente. Affogheresti subito».

«Chissà com’è nuotare nella cacca».

«Ti trascinerebbe subito a fondo».

«Sentiresti la cacca che ti entra nelle narici».

«Nella gola».

«Soffocheresti nella cacca».

«Devi buttare il pulcino lì dentro».

Marta mi guarda come se non avesse capito bene. Si appoggia con le spalle alla ringhie­ra e ci fissiamo dai lati opposti della passerella.

«Cosa?».

«Butta il pulcino là dentro. Devi guardarlo morire».

«Sei impazzita?».

«Fallo».

«Non ci penso neanche».

«Non hai mai visto morire nulla tu».

«E cosa c’entra?».

«Non sai niente».

«Ma sei diventata scema?».

«Se non accetti la penitenza sei una cagasotto».

«Cagasotto sarai tu».

«Fallo, Marta!» alzo la voce e mi avvicino a lei.

«Tu sei fuori di testa».

«Se non lo fai non potremo mai più essere amiche».

«Fallo tu se ci tieni tanto!».

Mi molla in mano il pulcino e sparisce di corsa giù dalla scala di metallo.

Non mi volto a guardare dove corre. Abbasso gli occhi sul pulcino. È così leggero e mor­bido che neanche mi sembra di averlo in mano. Sento il suo cuore che batte fortissimo, ma che poi, a differenza del mio, pare quietarsi.

Qualche anno fa c’è stata un’eclissi di luna, una roba che succede una volta ogni non so quanti anni. Avevo insistito tanto che papà, anche se era papà robot, aveva messo la sveglia alle quattro e mezza di notte. Non sono riuscita a chiudere occhio, e quando si è affacciato alla porta della mia camera: «Annalia, l’eclissi», sono schizzata fuori dal letto, a piedi nudi sulle piastrelle gelate. Ma la luna non c’era. Ci siamo affacciati a tutte le finestre, a tutti i balconi di casa, ma niente.

«Andiamo fuori a cercarla» ha detto a un certo punto papà. Gli scappava da ridere. E io esplodevo di gioia, perché all’improvviso sembrava il papà di prima. E siamo usciti in strada, mamma, papà e io, nessuno in giro, solo noi tre, sotto la luce dei lampioni, a cercare la luna. Ma c’erano i palazzi. C’erano gli alberi.

«Prendiamo la macchina» ha detto allora papà, e noi l’abbiamo seguito. E mentre guidava nella città fantasma pensavo che erano anni, secoli, che non facevamo niente insieme, mamma, papà e io, e invece eravamo fuori a cercare la luna e io ero felice, felice da morire. Potevamo anche non trovarla la luna, potevamo anche stare in macchi­na per sempre.

Papà ha fatto la strada che fa tutte le mattine, eravamo nei campi, s’intravedevano i pioppi della strada sterrata. E poi l’ho vista io la luna, scolorita dal sole e da qualche nuvola. Ho iniziato a saltare e papà e mamma mi hanno fatto le feste, era notte, non va­levano le stesse regole del giorno, potevamo essere felici. Ma è stato al ritorno, quando i fari della macchina hanno illuminato la schiena di una persona che camminava sul ci­glio della strada, che io e mamma ci siamo voltate insieme, e sono sicura che papà ha guardato nello specchietto, e un attimo dopo ho visto l’espressione di mamma che non sembrava più lei, che rimaneva girata senza più guardare avanti.

Nessuno ha detto niente. Papà ha continuato a guidare e il silenzio è diventato quello dentro cui si nascondono i mostri.

«Annalia!».

L’urlo di papà è un suono metallico. Marta è minuscola accanto a lui; sicuro mi odia, sicuro racconterà a Michele Mozzi che sono matta e si metteranno insieme e all’uscita da scuola faranno la strada mano nella mano, e gli farà conoscere suo fratello, i suoi ge­nitori e il suo gatto Oklahoma e lui vedrà quanto le sta bene il costume e quanto i suoi capelli brillano al sole mentre io nuoto a dorso nelle piscine di cacca e guardo in alto, nel cielo, le cornacchie che sono tornate dal loro viaggio nel tempo.

Stringo il pulcino più forte.

«Tu non morirai» gli sussurro, premendo il mio naso contro le sue piume bagnate.