Lia Levi: Questa sera è già domani.
Roma: Edizioni e/o 2018, pp. 217, Euro 16,50
ISBN 978-88-6632-923-7

· Elettra Stamboulis ·


PID: http://hdl.handle.net/21.11108/0000-0007-DA57-2

«Il mistero va trattato con molto rispetto, perché alla fine del cammino puoi trovare, sì, la buchetta che ha scavato per gioco un bambino, ma anche l'abisso.» (p. 33) Questo abisso, evocato, ma mai direttamente esposto, è quello della memoria del genocidio ebraico perpetrato nel secolo breve. Ed è sicuramente il rispetto per una memoria propria, ma non personale, la cifra con cui Lia Levi affronta questa sua ultima opera, che ritorna a quello che considera il cuore della sua produzione, ovvero la consegna di una missiva nella buchetta di noi lettori da parte di chi in quella folata di vento gelido scomparve. Oppure se non lo fece, fu solo per uno scherzo del destino.
Che il rispetto e la discrezione siano stati scelti come matrice etica, ma anche stilistica, di questo romanzo classico si intuisce anche dall'epigrafe d’apertura, la poesia di Emily Dickinson che comincia con «Quando spolveri il sacro ripostiglio / che chiamiamo memoria / scegli una scopa molto rispettosa […]»1: una citazione che offre un paratesto grimaldello nella lettura del romanzo. La scopa rispettosa scelta dalla Levi parte infatti dal personaggio principale, un ragazzino che conosciamo a otto anni e abbandoniamo con nostalgia a quasi quindici. Non è esattamente l’eroe della vicenda, che qui non ci sono eroi, ci sono solo turbati personaggi della quotidianità, che potrebbero essere i nostri vicini di pianerottolo, il nostro compagno di classe o lavoro, oppure proprio noi che leggiamo quelle righe. Non è un eroe Alessandro Rimon, nato da padre con passaporto inglese e vita belgo-olandese a Genova, e madre genovese, implacabile dispregiatrice degli altri, in particolare del marito e del figlio, che ama allo stesso tempo appassionatamente. Alessandro, che dice subito al rabbino nell’incontro che apre il romanzo che non vuole avere il nome abbreviato, è lo sguardo attraverso il quale osserviamo lo svolgersi delle vicende, pur non essendo la voce narrante. Uno sguardo molto amato dalla Levi nelle sue storie, quello di chi ancora fatica a sedere a tavola senza cuscino, ma rimane comunque con uno sguardo attento ad osservare il mondo adulto. C’è anche in questa scelta un fondo di verità vera che scopriamo solo al termine della storia e che per fortuna non compare nel risvolto di copertina. E proprio per questo anche qui sarà taciuto.
In questo romanzo, che è anche di formazione oltreché di realtà, vediamo una Genova che ogni tanto suona nelle voci, nella mentalità e nei punti di vista degli involontari attori, ripresi nella loro vita che ha un unico scopo, rimanere aggrappati alla normalità, non accettare che qualcosa stia cambiando. Seguiamo con attenzione, attraverso lo svolgersi degli eventi della storia con la esse minuscola l’avvicinarsi della bufera. I fatti della Storia dei potenti si abbattono sui gesti della numerosa famiglia. È per questo che il ritmo non diventa quasi mai incalzante, se non nelle ultime pagine del libro. Ma è come un lungo piano sequenza che riprende il crescere di Alessandro, bambino apparentemente prodigio che però mostra di essere semplicemente curioso e assennato; per questo la severa e testarda madre poco amata lo disprezza, senza ritrosia. Il figlio ha tradito la sua promessa di genialità. La vicenda in parallelo cartografa un’ansia, un’ansia che a tratti prende la forma della paura, ma poi ritorna nell’alveo dell’incredulità. È questa in realtà la vera protagonista del racconto: non può accadere a noi, ci dicono le voci che si intrecciano di questa tribù familiare con i suoi segreti e le sue macchie. Anche se il rombo arriva dentro casa durante i bombardamenti della città, anche se piano piano ogni sicurezza si frantuma, anche se Radio Londra disvela quello che il regime mette sotto il tappeto, tuttavia la famiglia Rimon e suoi rami sembra restia a pensare che possa veramente accadere qualcosa di irreparabile alla comunità ebraica, agli italiani che da poco, molti loro malgrado, hanno scoperto di avere anche un’identità ebraica. Ed è su questa incredulità che si concentra il messaggio nella bottiglia che giunge al presente sordo, cieco e disattento dall’autrice. Ci ricorda uno dei tratti più ossessivi delle voci degli intervistati sopravvissuti alla Shoah, quello che ci richiama all’essere guardiani dei diritti, perché l’erosione del diritto all’esistenza avviene giorno per giorno, e la sensazione è che ogni volta non possa essere peggio.
La letteratura della memoria della comunità ebraica italiana2 ha ormai una sua tradizione vasta ed importante, a partire dal Giardino dei Finzi Contini. Eppure, pur essendo stata un elemento significativo della intellettualità, in particolare letteraria, del primo novecento, l’antichissima comunità non aveva fatto menzione della propria identità come fatto narrativo rilevante. Era un fatto privato, per Italo Svevo come per Alberto Moravia, che peraltro cambiarono nome mimetizzandosi. La loro assimilazione, per come la intende Arnaldo Momigliano3, era completa. Questo aspetto traspare molto bene nella rappresentazione delle vicende di questa famiglia, spesso rimproverata per la scarsa partecipazione alle tradizioni del Tempio, che fatica a riconoscersi nei riti e non vede se stessa come parte a sé stante della società italiana. In un certo senso è proprio per questo che Questa sera è già domani costituisce un ottimo esempio di interpretazione storiografica in forma narrativa. È un testo che può essere letto a qualsiasi età, e che per ogni età nasconde i suoi tesori. Se la fabula delle vicende sentimentali del giovane Rimon possono fungere da specchio per molti ragazzini, mentre attraversa la storia dei grandi, per i lettori più attenti e che magari hanno già incontrato in Bassani, Levi, Ginzburg, ma anche in molta narrativa europea e statunitense, il dilemma narrativo che si muove tra afasia protettiva e necessità di essere martires, testimoni, diventa nella novella dei Rimon uno scoglio nell’abisso in cui fermarsi per guardare la nostra distopica illusione di un mondo che pensa di essere il migliore di quelli possibili con maggiore attenzione e riflessività.
«Dio non prende il tram» sentenzia ironicamente il nonno Luigi in un dialogo in cui l’incredulità di fronte all’inenarrabile e non credibile che arriva alle orecchie dei protagonisti sembra prevalere e in cui la disattenzione divina viene chiamata in causa. Gli ospiti alla tavola durante la cena faticano a capire l’improvvisata saggezza ebraica del sornione capostipite. Insomma, sostiene Luigi, Dio non ha fretta. Questo non significa che non ci sia un tempo per tutto, per la giustizia e l’ingiustizia completa, e che è nel tempo che la vita ci ostina a stare, anche quando esso sembra tremendo e ostile. Quando nel finale scopriamo che questa storia lineare e classica, ben scritta e congegnata, ha una qualche radice di testimonianza, essa non perde la sua natura squisitamente letteraria, ma si inserisce nella vasta produzione di Lia Levi come una tessera di un mosaico necessario. Ci ricorda la Loewenthal: «La scrittura ebraica d’Italia, supposto che se ne possa effettivamente parlare è essenzialmente una scrittura autobiografica, o in modo palese oppure fra le righe.»4

  1. Emily Dickinson, Tutte le poesie, Milano 1997: Mondadori, pp. 1277–1279.
  2. Per questa disamina, fondamentale Raniero Speelman, «Introduzione: particolarità e ricchezza della letteratura italoebraica», in: Scrittori di origine ebrea ieri e oggi. Un approccio generazionale, a cura di R. Speelman, M. Jansen e S. Gaiga, Utrecht 2007: Igitur, Utrecht Publishing & Archiving Services, p. I–XX.
  3. Arnaldo Momigliano, citato in Roberto Maria Dainotto, «Emancipation and Jewish Literature in the Italian Canon», in: The Most Ancient of Minorities: The Jews of Italy, a cura di S. G. Pugliese, Westport 2002: Praeger Publishers Inc., Greenwood Press, p. 132.
  4. Elena Loewenthal, «La tentazione di esistere», in: Appartenenza e differenza, a cura di S. Debenedetti Stow, J. Hassine, J. Misan-Montefiore, Firenze 1998: Giuntina, p. 156.