Christian Genetelli, Ilaria Cesani, Gioele Marozzi (a cura di): Leopardi e il paesaggio. Atti del XV Convegno internazionale di studi leopardiani (Recanati 27–30 ottobre 2021). Firenze: Leo Olschki Editore 2024, viii-470 pp. con 9 figg. a colori e 10 figg. bn, Euro 78,-, ISBN: 978-8822268877
Continuando un’illustre e benemerita tradizione, iniziata nel lontano 1962, la casa editrice Olschki ha dato alle stampe il quindicesimo volume degli atti dei convegni internazionali di studi leopardiani svoltisi a Recanati. L’opera esce in un’elegante edizione, stampata in una carta pregiata e arricchita da numerose tavole tematiche. Mi sembra opportuno riportare integralmente il testo illustrativo contenuto sul retro del volume al fine di fornire una traccia utile per il lettore.
Il XV Convegno internazionale di studi leopardiani [ … ] ha affrontato il concetto di ‘paesaggio’ quale emerge dal pensiero e dall’opera di Giacomo Leopardi, ponendolo in relazione con la storia culturale, antica, moderna e contemporanea. I trentacinque contributi raccolti nel volume sono organizzati in tre parti: la prima, e più estesa, è dedicata alla esegesi delle manifestazioni assunte dal ‘paesaggio’ leopardiano, analizzate secondo varie prospettive disciplinari; il convegno, infatti, si è caratterizzato per una forte apertura ermeneutica, garantita dalla partecipazione di studiose e studiosi afferenti a numerosi settori: lingue e letterature, matematica, astrofisica, storia dell’arte, filosofia, storia del Cristianesimo, geografia. Le altre due parti, invece, configurate come sezioni tematiche, sono riservate rispettivamente alla tutela del paesaggio leopardiano, con la proposta di costituzione di un piano particolareggiato per il Colle dell’Infinito, e alla creazione della Biblioteca Digitale Leopardiana, una piattaforma concepita per la raccolta e la restituzione informatizzata al pubblico dei manoscritti autografi di Giacomo Leopardi, così come di studi, iconografia, testi e percorsi didattici.
Presentare adeguatamente il volume non è semplice, ogni saggio infatti meriterebbe di essere sottoposto ad un’accurata indagine, ma per questo occorrerebbe un’équipe di specialisti e uno spazio adeguato. Detto questo, penso che ogni studioso di Leopardi che prenda in mano il volume si sente trascinato in un coinvolgente viaggio conoscitivo, aperto ai più differenti punti di vista. Dopo la breve prefazione del Presidente del CNSL Fabio Corvatta, è Antonio Prete ad introdurre la problematica del paesaggio leopardiano in un denso intervento dedicato al «Dialogo della luce e dell’ombra.» Colpisce l’osservazione: «Se l’indefinito nel vedere è parvenza d’infinito, l’indefinito nell’ascolto è presenza di una temporalità priva di confini» (p. 7). Il concetto è tematico. È infatti una temporalità priva di confini quella che avvolge il lettore in una rete di significanze non alternative ma bensì complementari, che lo invitano a procedere oltre, percorrendo i sentieri dell’immaginazione. È con una certa trepidazione pertanto che il lettore affronta il concetto di paesaggio. Con un pensiero vagamente ‹leopardiano›, Rilke poteva affermare che «[w]er die Geschichte der Landschaft zu schreiben hätte, befände sich zunächst hilflos preisgegeben dem Fremden, dem Unverwandten, dem Unfaßbaren».1
Il tema del convegno, e forse anche la memoria dei lettori, potrebbero indurre a pensare che ‹paesaggio› sia un termine spesso usato da Leopardi. In realtà il poeta ha parlato raramente in modo esplicito di paesaggio, usando l’espressione solo con riferimento all’esperienza pittorica. È invece la natura ad essere dominante nel suo pensiero. Occorre però aggiungere che Leopardi era molto sensibile alle discussioni e riflessioni sul paesaggio, soggetto su cui filosofi e letterati tedeschi e inglesi settecenteschi avevano scritto con passione e la cui eco era viva in particolare nelle riviste internazionali a cui aveva accesso.2 Va comunque rilevato, che se anche il paesaggio fino ad oggi non è diventato un genere letterario la relazione tra paesaggio e natura è un tema centrale e controverso nella ricerca contemporanea.
Leopardi resta certo per le sue descrizioni legate alla natura il poeta più vicino alla memoria poetica degli italiani. Non va però dimenticato che i suoi immortali paesaggi – pensiamo al colle dell’Infinito o al deserto della Ginestra – sono immagini della mente, contemplate, non descritte, dunque figure. L’argomento offre straordinarie potenzialità di analisi ed è oggetto di numerosi contributi. Si veda ad esempio il saggio di Perle Abbrugiati che affronta il tema soffermandosi sulle «angolazioni dei paesaggi» in cui si presentano le immagini del guardare leopardiano: «vedere da dietro, vedere da sotto, vedere dall’alto» (p. 17).
Sul rapporto tra paesaggio e natura in Leopardi concentra la sua attenzione il filosofo Sergio Givone. Il paesaggio sarebbe un «fantasma della natura» sopravvissuto alla dimenticanza degli uomini. Per Leopardi la natura è un tutt’uno colla poesia, ma ciò va compreso non nel senso che essa abbia qualità estetiche, ma «nel senso del suo poiein, del suo fare creativo, insomma della sua intrinseca produttività» (p. 43). Questa considerazione offre straordinari spunti di riflessione per un confronto con il Kant della Critica del giudizio e il concetto di sublime dinamico.
Pur partendo dal presupposto di una grande libertà tematica nella rappresentazione del mondo naturale e del paesaggio, un filo rosso mi sembra unire i contributi che si integrano, a volte ispirandosi reciprocamente. Questo rapporto fa pensare ad un corso d’acqua, che pur limitato nello spazio, è in grado con la sua presenza benefica di dare fertilità a tutto un territorio. Si tratta cioè di un dialogo che evidenzia l’acutezza dello sguardo di un pensatore isolato nell’enclave di Recanati ma sempre profondamente innovativo. Un esempio legato al soggiorno romano di Leopardi mette in luce come il poeta sia capace di sovvertire i criteri di giudizio e di gusto dominanti nel suo tempo. Come nota Fabiano Dalla Bona:
Lo stato d’animo di Leopardi è diametralmente opposto a quello dei letterati stranieri che visitarono Roma precedentemente, tra cui Goethe, Shelley o Chateaubriand, tutti assolutamente sedotti dal sublime delle rovine. Leopardi si rifiuta all’interpretazione letteraria del mito classico in scena, della cui storia Roma è il teatro di barocchissima scenografia. (p. 35)
La Roma di Leopardi è mortuaria nella sua vastità e pietrificazione. Il riferimento alla città eterna viene ripreso da un saggio di Vincenzo Allegrini che ha come tema «Paesaggi e città infernali». La sua rivisitazione conferma che i paesaggi leopardiani vanno visti come paesaggi dell’anima interpretabili con le categorie del desiderio e dell’immaginazione. Gli scenari infernali di Leopardi, dal giovanile Appressamento della morte ai tardi Paralipomeni, sono luoghi in cui regnano il nulla, il silenzio, la stasi, la paralisi, l’assoluta vacuità dello spazio. Essi sono una sorta di realtà allegorica da decifrare con le categorie della sottrazione e della negazione. Si tratta di un sublime negativo ispirato da un intenso dialogo con la tradizione dell’antico e del pensiero settecentesco (Burke). Un altro esempio di intertestualità nel grande semenzaio che il volume rappresenta mi sembra essere il saggio di Franco D’Intino («La violenza predatrice dello sguardo. Lo spettatore (e il turista) in Wordsworth e Leopardi»), capace di far dialogare Leopardi con il grande poeta romantico inglese Wordsworth, affine a lui nella volontà di intendere la vita segreta della natura rinunciando alla prospettiva umana. «Si tratta insomma di oltrepassare l’idillio come ‘scena ritagliata’ per attingere alla fonte di un’energia naturale sentita come lontana dalla storia, e addirittura, nel bene e nel male ad essa contrapposta». (p. 118)
Una interpretazione innovativa della poesia leopardiana è offerta dal complesso saggio di Barbara Kuhn «‹Ma spettatrice almeno›: il gioco del rovescio nella riflessione poetica leopardiana del paesaggio». La lettura, non romantica ma proiettata verso la modernità della poesia giovanile leopardiana Alla primavera o delle favole antiche, mette in luce come non sia più l’io a creare il paesaggio con il suo sguardo, ma viceversa. Questa prospettiva rovesciata accosta l’opera leopardiana a grandi voci della modernità, da Baudelaire a Rilke e Celan in un movimento dialettico che congiunge il senso di vuoto e di estraneità e il suo superamento.
Alla problematica della distinzione tra Naturlandschaft e Kulturlandschaft è dedicato l’intervento di Carlo Pongetti («Natura e artificio. Giacomo Leopardi e la metamorfosi del paesaggio») che mette in risalto la profonda trasformazione del concetto di paesaggio nell’era moderna. Il concetto estetico di paesaggio persiste accanto ad una connotazione esistenziale legata al lavoro e al territorio. L’opera leopardiana è segnata dall’elaborazione di questo processo.
Molte, dunque le tracce in Leopardi di una complessa evoluzione concettuale che investe il paesaggio seguendo sia i diverticoli, sia i rientri dello scientismo illuminista, come pure gli slanci della sensibilità romantica, per cui ‘il pittoresco’ e ‘il sublime’ si conformano anche grazie ai progressi dell’homo artifex. (p. 307)
Molti sono i temi che si sarebbero potuti affrontare nell’ampio scenario presentato dall’arte del tempo e che toccano da vicino il gusto estetico leopardiano. Il volume – che pur documenta finemente le forme del paesaggio di Goethe – non ha dato spazio ad esempio ad un ‹incontro› ideale con Wilhelm Turner, il grande pittore inglese che aveva visitato Recanati nell’autunno del 1819, l’anno di composizione dell’Infinito, e aveva soggiornato a lungo in Italia. Eppure, l’artista romantico e il Leopardi sembrano condividere lo stesso sentimento lirico del paesaggio che entrambi sanno dipingere con la mente, essendo così simili nella percezione dell’indefinito e della rimembranza.
Nel suo intervento «Lo sguardo di Leopardi e la contemporanea pittura di paesaggio», Carlo Sisi non varca in sostanza i confini nazionali; egli vede la posizione di Leopardi come al di qua del Romanticismo, giudicando che avesse rimosso le nostalgie arcadiche a favore di una sua particolare forma di neoclassicismo. Il poeta era ammiratore di un’arte «capace quindi di narrare anche ai moderni l’eterna verità delle favole antiche tradotte in pittura da quegli artisti neoclassici folgorati dai mitici paesaggi di Poussin e di Claude Lorrain» (p. 348) Ben informato sul dibattito contemporaneo, Leopardi si farebbe sostenitore «di un aggiornato concetto di imitazione (p. 349). Concetto chiave si rivela la naturalezza, sostenuta in opposizione con la bellezza ideale del Winckelmann ritenuta astratta e priva di vita.
Questa breve panoramica non rende purtroppo ragione di diversi interventi a carattere scientifico che mettono in luce la straordinaria sensibilità di Leopardi pienamente conscio della portata della rivoluzione copernicana e del suo significato nell’età della tecnica. Degni di attenzione sono anche i saggi dedicati alla biblioteca digitale leopardiana (Fabiana Cacciapuoti) e ai manoscritti autografi extranapoletani (Laura Melosi).
Concludendo, grazie allo spessore e alla originalità delle letture e al loro taglio interdisciplinare, il volume informa validamente sullo stato della ricerca su Leopardi in Italia e rappresenta uno stimolante invito ad ascoltare ancora una volta la voce del grande poeta di Recanati. Da parte sua il paesaggio si rivela un concetto di profonda intensità semantica per la cui definizione sono stati spesi fiumi d’inchiostro ma capace di essere ancora un delicato sismografo della sensibilità della nostra epoca nei confronti della natura.