Una città che scorre davanti agli occhi durante un viaggio in treno, cani randagi che vagano da soli nei boschi senza un perché, dichiarazioni d’amore e ricordi intrisi di sottile malinconia: questi sono solo alcuni degli elementi che si ritrovano nelle liriche di verlassene Hunde, la prima raccolta di poesie di Jonas Linnebank pubblicata per la piccola casa editrice indipendente parasitenpresse1 . Una silloge poetica che, con i suoi 22 componimenti in versi liberi, apre squarci su momenti di vita vissuta, riflessioni sul mondo e sulle sue innumerevoli contraddizioni, e lo fa con una lingua che va dritta al punto, a tratti ruvida e a tratti tenera, estremamente concreta e attuale.
Originario di Werl, Jonas Linnebank, classe 1989, ha studiato anglistica e germanistica a Colonia e a Salerno, per poi proseguire la propria formazione nell’insegnamento del tedesco come seconda lingua. Oltre a essere docente, è anche cofondatore, editore e redattore della Kölner Literaturzeitschrift, una rivista composta da artisti e autori che mirano a rendere la letteratura accessibile, portandola «fuori dagli studi polverosi e lì dove ci sono le persone.»2 Linnebank è, inoltre, tra i curatori del festival letterario Europäisches Literaturfestival Köln Kalk, che ogni anno ospita voci artistiche e letterarie provenienti da tutto il mondo offrendo incontri, workshop e dibattiti. Nel 2021, il suo racconto Drei Frauen, die rauchen (Tre donne che fumano, tradotto da Andreea Simionel) è stato incluso nell’antologia Literatur Tandem letterario 2021 promossa dalla Heimann Stiftung di Wiesloch, mentre nel 2020 aveva esordito con Kalk Alphabet (Alfabeto di Kalk) per parasitenpresse. In quel caso, si trattava di una raccolta di brevi testi in prosa incentrati sull’omonimo quartiere della città di Colonia, mentre con verlassene Hunde Linnebank è alla sua prima prova poetica. In questa seconda raccolta, in cui il paesaggio urbano è sempre presente, seppur non limitato a un’unica città, l’autore ci accompagna in un viaggio tra memoria e rimpianti, tra paure e speranze, senza timore di sperimentare forme fuori dai canoni poetici convenzionali. Come fiocchi di neve, i ventidue componimenti della silloge sono infatti l’uno diverso dall’altro, e nonostante la brevità della raccolta, questa risulta estremamente vivace e variegata, arrivando a includere un calligramma (Erinnerung) e un testo conclusivo che è a metà tra la prosa e il poetry slam (Ein persönliches Gedicht über Zeit in Zahlen).
Nonostante la varietà dei testi, è possibile tracciare, se non una vera e propria rotta, una sorta di costellazione fatta di ricordi, scatti rubati ed esperienze personali. Tale operazione è possibile proprio grazie alla forma della poesia, che per brevità ed esattezza riesce ad essere più immediata e concisa della prosa, ma non per questo priva di sperimentazioni:
INTIMISSIMI
quando ci guardiamo
intimissimi
la sensazione che manchi qualcosa
ist da
e così ci rivediamo
einfach nur so
sorridiamo consapevoli con
traurigkeit
che non hai più rotondità
es gibt keine mehr
come nelle foto salvate e dimenticate
das lächeln
triste riservato bilingue3
so intimissimi
sotto gli occhi di tutti
so allein.4
In quella che è una delle liriche più interessanti della raccolta, Linnebank propone un efficace gioco a incastro mescolando tedesco e italiano attraverso l’alternanza dei versi5 . Nonostante il tono quasi umoristico dell’inizio, proseguendo nella lettura si riescono a intravedere degli elementi di profonda malinconia. La sfera privata si mescola a un contesto urbano in cui, tra rumori, vetrine e passanti, è molto facile perdersi e scoprirsi soli. Quella stessa intimità a cui la poesia allude ironicamente, arrivati all’ultimo verso, ci appare ormai irraggiungibile. Coerentemente con quanto dichiarato dal manifesto della Kölner Literaturzeitschrift, anche la poesia di Linnebank non è fatta per rimanere confinata entro quattro mura, ma deve uscire fuori, nel mondo, where things happen. Per questo non sorprendono la schiettezza e la semplicità dei suoi versi, i quali necessariamente rifuggono da manierismi che, a lungo andare, spersonalizzano la parola poetica e la svuotano di significato. In ciò si ravvisa, inoltre, l’intenzione sincera di voler restituire una visione quanto più completa del mondo contemporaneo, con tutte le sue contraddizioni e insensatezze:
CANI ABBANDONATI IN CERCA DI ACCOGLIENZA
nei boschi
saltano addosso alle auto
rimbalzando senza capire
dove hanno sbagliato
i loro simili in città
danno la caccia agli autobus
rimbalzando allo stesso modo
e per questo osservati con perplessità.6
La contrapposizione tra i cani abbandonati lungo le strade, al di fuori del contesto urbano lontano dal quale sono destinati a non sopravvivere a lungo, e quelli che invece corrono ignari dietro agli autobus in città, rappresenta in modo semplice ma estremamente vivido ed efficace la casualità dell’esistenza e, in senso più ampio, il crollo del mito della meritocrazia. L’atto di venire al mondo in un determinato luogo e con determinate risorse e possibilità è una questione di mera fortuna, inutile cercare di dare un senso a ciò che è frutto del caso. L’ineluttabilità dell’esistenza diventa pertanto una mera constatazione, lasciando in chi legge un profondo senso di impotenza, la quale si ritrova in diverse altre liriche dell’opera. Tra queste, vale la pena segnalarne una in particolare che racchiude in sé un altro tema di vitale importanza e ampiamente trattato nella letteratura contemporanea, ovvero quello dello spesso inesistente equilibrio tra vita lavorativa e vita privata:
LE DIMISSIONI7
alzarmi presto solo altre due volte
poi potrò abbandonarmi del tutto
alla mia depressione
rimanere a letto
finché non fa male la schiena
ignorare il cellulare
gli amici il mondo e il cibo
arriveranno giorni felici.8
Appare fin da subito evidente quella sensazione di apatia che deriva da un esaurimento da burnout, argomento certamente molto sentito dalla generazione dell’autore. Quando la prospettiva di un lavoro soddisfacente si scontra con la realtà, ecco che subentrano frustrazione, ansia e stress, i quali innescano un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. In quest’ottica, presentare le dimissioni appare come l’unica via di fuga, anche se in realtà si tratta di un sollievo momentaneo. La depressione a cui la voce narrante desidera abbandonarsi diventa quindi una forma di ribellione ai ritmi frenetici imposti dal mondo lavorativo attuale, una pausa da concedere al corpo e alla mente per staccare la spina. Tuttavia, l’ironia di tale affermazione viene presto stemperata dalla chiosa finale, con un verso pericolosamente in bilico tra speranza e scetticismo.
In verlassene Hunde il tempo diventa materia fluida che Linnebank maneggia con abilità, dilatandolo e restringendolo a piacimento. Lo stesso presente, a tratti, sembra fermarsi, cristallizzato in un attimo esteso potenzialmente all’infinito. Quell’attimo colmo di mille possibilità di fronte al quale tutti ci siamo trovati almeno una volta, ma che invece è destinato a rimanere incompiuto e a essere osservato da una distanza sempre più grande, diventa il luogo in cui si annida la nostalgia. È quello il momento inafferrabile che traccia il confine tra ciò che sarebbe potuto accadere e ciò che non sarà mai:
CATASTROFE
avevo fatto i bagagli la sera prima
solo lo stretto necessario
perché doveva essere un viaggio breve
mi avevi teso la tua mano grande
con le fragole di bosco
così dolci da sembrare finte, come chewing gum
volevi mostrarmi il piccolo campo rosso davanti alla casa
là dove crescevano
io non riuscivo a dire niente
sentivo ogni osservazione sdoppiata
mentre mi scusavo
perché non avevo trovato subito la sveglia
ed erano le cinque e un quarto
quando ti ho detto che dovevi lasciarmi andare
perché mi stringevi ancora tra le braccia
ed erano le cinque e mezza
che era tempo di andare
perché erano già le sei meno un quarto
e che per arrivare in stazione ci avrei messo altri venti minuti
sul treno passai in rassegna gli ultimi giorni forse per arrivare
a una decisione
o per essere abbastanza sicuro da riuscire a parlare
ma c’erano segni ovunque
c’erano sguardi che non capivo
complimenti che non capivo
sentimenti che non capivo
e dovevo andare via
e tutti mi auguravano buona fortuna
e mi dicevano che andava tutto bene
e di non preoccuparmi
e che era tutto a posto
e io di nuovo non capivo
e poi me ne sono andato
e per strada mi è tornato in mente
di essermi dimenticato di andare a vedere il campo di fragole.9
In viaggio tra una nostalgia per il passato intrisa di rimpianti e uno sguardo verso un futuro incerto, spaventoso, ma che non per questo rinuncia alla speranza e si fa forza attraverso una sottile ironia, la voce di Jonas Linnebank si dimostra autentica e consapevole. La sua è una poesia che attraversa le strade, gettandosi nel caos e nelle contraddizioni del nostro tempo, con il reale desiderio di comprendere la complessità del mondo che ci circonda accogliendola con tutti i sensi, anche a costo di farsi male. Come riportato sul sito dell’editore, le sue sono poesie che «si voltano indietro verso la felicità, i piccoli e molto intimi (“intimissimi”) sguardi e le persone che mancano – e, anche se non sono ancora state abbandonate, sanno che, un giorno, lo saranno.»10