Literarische Stimmen

«Ma i pazzi sono in grado di amare?»
Considerazioni in merito a Ich, die Steri di Elisabeth Claasen

Ilva Fabiani

[deutsche Übersetzung]

Siamo liete e orgogliose di inserire nell’attuale numero di Horizonte la traduzione di alcuni brani da Ich, die Steri di Elisabeth Claasen, pseudonimo di Elisabeth Maria Antonie Therese Herrmann (1910–1984). In una sessantina di pagine autopubblicate per la prima volta nel 1969 con il nome di Ria Claasen, la donna, di professione grafica commerciale e più tardi scrittrice, racconta la sua vita e l’esperienza traumatica della sterilizzazione, operazione alla quale era stata sottoposta molti anni prima, nel 1942.

Nel 1985 la Psychiatrie Verlag (allora a Rehburg-Loccum, poi a Bonn, ora a Colonia) ripubblicò l’opera; due anni più tardi venne messa nuovamente in stampa, questa volta sotto lo pseudonimo definitivo di Elisabeth Claasen. A questa edizione vennero aggiunte le illustrazioni originarie dell’autrice stessa. La copertina mostra un alberello i cui rami sono spogli: l’unico ramo in fiore sembra spezzato e pende morente dal tronco.

La donna, già affetta dal morbo di Basedow, in seguito a una serie di circostanze tragiche, fra cui la perdita della madre, la precarietà della situazione economica e la conseguente denutrizione, soffriva di stati depressivi, crisi di nervi e spasmi. Le dosi massicce di medicinali che le vennero somministrate ne peggiorarono sensibilmente la salute: Elisabeth Herrmann si fece ricoverare di sua spontanea volontà in una clinica neurologica e qui, senza il suo consenso, venne sterilizzata, come prevedeva ‹legalmente› la Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses del 14 luglio 1933. Qualche anno prima aveva creduto che il provvedimento riguardasse gli altri, i malati internati nelle cliniche, deliranti e forse pericolosi: nelle sue memorie scrive infatti «Veramente vogliamo lasciarli liberi di circolare? Guarda che prima o poi uccideranno qualcuno. Mi veniva da vomitare: ma i pazzi sono in grado di amare?» Non pensava affatto di diventare lei stessa ‹una pazza che amava›; difficilmente poteva immaginare che sarebbe stata ‹legalmente› resa sterile.

Elisabeth Herrmann è una delle ca. 360.000 persone – donne ed uomini – che subirono la sterilizzazione forzata nel periodo compreso fra il 1934 e il 1945, ma è l’unica ad aver tentato una qualche rielaborazione attraverso la scrittura, pubblicando le proprie memorie.

È bene premettere che il testo in questione non ha, a nostro avviso, un valore letterario. Troppo forte e indomita è l’ansia di trasmettere il dolore, troppo grossolano lo stile, una sorta di stream of consciousness primitivo, ostico e riverso su di sé. Non per questo, tuttavia, Ich, die Steri è una lettura meno importante: al contrario, nel suo carattere di fonte autobiografica, di testimonianza dell’orrore perpetuato nelle cliniche ginecologiche del tempo, sembra confermare, riga dopo riga, i risultati degli studi scientifici svolti decenni più tardi, allorché la sterilizzazione forzata diventò di interesse pubblico. Nel suo periodare scarno riconosciamo molti dei fenomeni che hanno accompagnato la sterilizzazione di soggetti considerati portatori di malattie genetiche: l’isolamento progressivo, la disperazione, il cinismo dei medici e del personale infermieristico nonché, dopo l’operazione, il difficile reinserimento nella società. Il suo caso è dunque singolo, ma esemplare; il suo destino fu tragico eppure, con il suo carico di angoscia e di solitudine, amaramente prevedibile.

La Legge per la Prevenzione della Prole con malattie ereditarie entrò in vigore il primo gennaio del 19341 : la sua premessa fondamentale è una capillare e sistematica denuncia da parte degli enti e del personale di riferimento, di casi di potenziale trasmissione di malattie ereditarie. Tutti, medici, infermiere, dentisti, persino fisioterapeuti, direttori di carceri, di orfanotrofi o case di cura, erano tenuti a denunciare ai Tribunali per la Salute Ereditaria (Erbgesundheitsgerichte) le persone affette da malattie ereditarie o presunte tali. In questo clima di delazione sociale su vasta scala, otto erano gli indicatori principali, quattro di tipo fisico e quattro relativi alla psiche:

  1. Deficit mentale congenito,
  2. Schizofrenia,
  3. Follia maniaco-depressiva,
  4. Epilessia ereditaria,
  5. Corea ereditaria (di Huntington),
  6. Cecità ereditaria,
  7. Sordità ereditaria,
  8. Qualsiasi grave deformità ereditaria (e in aggiunta, anche forme di alcolismo grave vennero considerate alla stregua di malattie ereditarie)

Degli otto indicatori il più passibile di vaste e arbitrarie interpretazioni era il primo: il deficit mentale congenito venne a poco a poco ‹interpretato› dai Tribunali della Salute Ereditaria piuttosto come deficit morale, cioè come incapacità di adattarsi alle norme di una società ordinata e sessualmente morigerata. Questo aprì le porte a una repressione sistematica di tutti coloro che conducevano un modello di vita non borghese, spesso ai margini della società, come mendicanti, prostitute o persone affette da alcolismo: «Anstatt die Ursachen der Armut zu bekämpfen, versuchte man die Armen auszurotten. Durch umfassende Zwangssterilisation ‹belasteter Sippen› sollten althergebrachte soziale Probleme ein für alle Mal beseitigt werden».2

Durante la Repubblica di Weimar, era stata formulata una proposta di legge simile che prevedeva sì la sterilizzazione, ma poneva come condizione imprescindibile che la diretta interessata (o chi ne avesse la tutela giuridica) desse il consenso (1932). La legge del 14 luglio 1933 eluse completamente la questione del consenso, anzi, rese socialmente biasimevole il rifiuto di sterilizzarsi3 e quindi potenzialmente punibile4 . La legge rappresentò una grave violazione di due diritti umani fondamentali: quello all’integrità fisica e quello a una vita sessuale e familiare autodeterminata. Un’ulteriore violazione fu di tipo deontologico: i medici di qualunque ordine e funzione venivano obbligati a denunciare i propri pazienti, violando così il segreto professionale. Il risultato di tale pressione fu agghiacciante: secondo Gisela Bock, vennero segnalati fino al 1945 quasi un milione di persone, numero che rappresenta il 3% della popolazione del tempo compresa fra i sedici e i cinquanta anni5 .

Gli uomini venivano sterilizzati con un intervento di vasectomia in anestesia locale; le donne invece con la chiusura delle tube in anestesia totale. I tempi di recupero per le donne erano più lunghi, le complicazioni più frequenti. Il quinto ordinamento del 25 febbraio 19366 permise la sterilizzazione femminile tramite radiazioni e radio intrauterino per le donne che avessero superato il trentottesimo anno di età. Nella logica del regime tale pratica era comoda ed economica: permetteva la sterilizzazione di più donne contemporaneamente senza il ricorso alla sala operatoria e al personale medico. Non solo i ginecologi, ma anche i radiologi parteciparono dunque attivamente alla sterilizzazione forzata.7

Che cosa accadde alle donne e agli uomini che subirono una sterilizzazione nel periodo compreso fra il 1934 e il 1945? Nel volantino informativo distribuito negli ospedali8 ai pazienti prima della sterilizzazione, al punto 15 si legge: «Das Verfahren ist streng geheim. Schweige also in erster Linie, wenn du nicht willst, dass andere davon erfahren» (Il procedimento è strettamente segreto. Quindi, se non vuoi che altri ne vengano a conoscenza, mantieni tu per primo il silenzio, trad. d. IF). Per paura o per vergogna, nella maggior parte dei casi le vittime scelsero di non parlare; anche a decenni di distanza coloro che decisero invece di fare richiesta di risarcimento furono pochissimi. Inoltre, la Legge per la Prevenzione della Prole con malattie ereditarie non venne considerata in sede giudiziaria di origine e carattere prettamente nazionalsocialista, dato che esisteva un decreto simile anche durante la Repubblica di Weimar. Un risarcimento poteva essere contemplato solamente nel caso in cui la sterilizzazione era avvenuta per motivi razziali, religiosi o ideologici. Le discussioni in merito riempirono le aule giudiziarie in diverse fasi del Dopoguerra, ma si dovette aspettare il 2003 affinché il governo concedesse alle vittime un risarcimento, in rata unica, di 5.000 euro. Negli anni duemila poche erano le vittime ancora in vita, e quindi anche questo misero indennizzo dovette suonare come una beffa che si aggiungeva al danno9 .

La sterilizzazione forzata è stata forse uno dei risvolti meno studiati, eppure fra i più angosciosi e umilianti del regime Nazionalsocialista: in essa vediamo non soltanto l’incapacità di una società intera di difendersi e di difendere i più deboli dalla barbarie della dittatura, ma anche la protervia post-bellica di escludere dal risarcimento le vittime di una così brutale ingiustizia. Le conseguenze nella maggior parte delle vittime furono debilitanti: malessere fisico, depressione, senso di smarrimento e di inutilità. In casi neanche tanto rari, soprattutto per la sterilizzazione effettuata con il radio intrauterino, infezioni e tumori condussero a morte lenta e dolorosa.

Il testo di Elisabeth Herrmann si chiude con una amara costatazione: «Sono rimasta sola».

Un destino che fu comune a molte vittime la cui storia non verrà mai raccontata. A loro, e al loro dolore, sia dedicato questo piccolo contributo.




«Konnten Irre denn lieben?»
Überlegungen zu Ich, die Steri von Elisabeth Claasen

(Übersetzung: Birgit Ulmer)

Wir freuen uns, in der diesjährigen Ausgabe von Horizonte die italienische Übersetzung einiger Abschnitte aus Ich, die Steri von Elisabeth Claasen (Pseudonym von Elisabeth Maria Antonie Therese Herrmann, 1910–1984) zu veröffentlichen. In dem 1969 unter dem Namen Ria Claasen im Selbstverlag veröffentlichten Text berichtet die Verfasserin, Gebrauchsgrafikerin und später Schriftstellerin, auf rund sechzig Seiten von ihrem Leben und der viele Jahre zuvor, 1942, erlittenen traumatischen Erfahrung der Zwangssterilisation.

1985 veröffentlichte der Psychiatrie Verlag (damals Rehburg-Loccum, später Bonn, heute Köln) das Werk; zwei Jahre später wurde es erneut gedruckt, dieses Mal unter dem endgültigen Pseudonym Elisabeth Claasen. Diese Ausgabe enthält auch die ursprünglichen Illustrationen der Autorin.10 Das Cover zeigt einen kleinen, nahezu kahlen Baum: Der einzige blühende Ast ist abgeknickt und hängt welk vom Stamm herab.

Die ohnehin an Morbus Basedow erkrankte Frau litt in Folge einer Reihe von unglücklichen Umständen – unter anderem der Verlust der Mutter, prekäre finanzielle Verhältnisse und entsprechende Mangelernährung – unter Depressionen, Nervenzusammenbrüchen und Krampfanfällen. Die daraufhin erfolgende massive Medikamentengabe verschlimmerte ihren Gesundheitszustand schnell: Schließlich wies Elisabeth Herrmann sich in einer spontanen Handlung selbst in eine Nervenheilanstalt ein und wurde dort, wie es das Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses vom 14. Juli 1933 ‹legal› vorsah, ohne ihre Zustimmung sterilisiert. Ein paar Jahre zuvor hatte sie noch geglaubt, dass diese Anordnung nur andere betreffe, die geisteskranken und vielleicht gefährlichen Patienten geschlossener Einrichtungen. In ihren Erinnerungen schrieb sie: «Will man sie frei herumlaufen lassen? Sie werden morden. Es würgte mich – konnten Irre denn lieben?» Sie rechnete nicht damit, selbst ‹eine liebende Irre› zu werden und konnte sich wohl kaum vorstellen, ‹legal› sterilisiert zu werden.

Elisabeth Herrmann ist eine von ungefähr 360.000 Personen – Männer und Frauen –, die zwischen 1934 und 1945 zwangsweise sterilisiert wurden, doch sie ist die Einzige, die durch die Niederschrift und Veröffentlichung ihrer Erinnerungen eine Aufarbeitung versucht hat.

Der Text zeichnet sich nicht durch seine literarische Qualität aus: Das unbändige Verlangen, den Schmerz zu transportieren, ist zu stark, der Stil zu grob, eine Art naiver Stream of consciousness, hart und selbstbezogen. Dennoch stellt Ich, die Steri eine wichtige Lektüre dar: Gerade durch seine Form bestätigt der Text als autobiografische Quelle, als Zeugnis der in den gynäkologischen Kliniken jener Zeit permanent ausgeübten Gräuel Zeile für Zeile die Ergebnisse von Studien, die Jahrzehnte später durchgeführt wurden, als das Thema Zwangssterilisation ins öffentliche Interesse rückte. In der kargen Sprache zeigen sich zahlreiche Phänomene, die mit der Sterilisation als erbkrank angesehener Menschen einhergingen: zunehmende Vereinsamung, Verzweiflung, der Zynismus der Ärzte und des Pflegepersonals sowie die schwierige Wiedereingliederung in die Gesellschaft nach dem Eingriff. Es handelt sich also um einen Einzelfall, der zugleich exemplarisch ist; ihr Schicksal war tragisch, doch im Ausmaß der Angst und Einsamkeit leider vorhersehbar.

Das Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses trat am 1. Januar 1934 in Kraft11 : Seine wichtigste Grundlage war, dass alle beteiligten Einrichtungen und das entsprechende Personal Fälle möglicher Erbkrankheiten systematisch und flächendeckend zur Anzeige brachten. Alle, Ärzte, Krankenschwestern, Zahnärzte, sogar Physiotherapeuten, Gefängnisdirektoren, Leiterinnen und Leiter von Waisenhäusern oder Pflegeheimen, waren verpflichtet, den sogenannten Erbgesundheitsgerichten alle Personen zu melden, die an Erbkrankheiten oder als solche deklarierten litten. In diesem gesellschaftlichen Klima umfassender Denunziationen gab es acht zentrale Indikationen, vier physischer und vier psychischer Natur:

§1
(2) Erbkrank im Sinne des Gesetzes ist, wer an einer der folgenden Krankheiten leidet:

  1. angeborenem Schwachsinn,
  2. Schizophrenie,
  3. zirkulärem (manisch-depressivem) Irresein,
  4. erblicher Fallsucht,
  5. erblichem Veitstanz (Huntingtonsche Chorea),
  6. erblicher Blindheit,
  7. erblicher Taubheit,
  8. schwerer erblicher körperlicher Missbildung

(3) Ferner kann unfruchtbar gemacht werden, wer an schwerem Alkoholismus leidet.12

Von den acht Indikationen war insbesondere die erste weitreichenden und willkürlichen Auslegungen unterworfen: Schwachsinn wurde von den Erbgesundheitsgerichten nach und nach vor allem als moralisches Defizit ‹interpretiert›, als Unfähigkeit, sich den Normen einer geordneten und sittenstrengen Gesellschaft anzupassen. Das öffnete der systematischen Verfolgung aller Tür und Tor, die etwa als Bettler, Prostituierte oder Alkoholkranke ein nicht bürgerliches Lebensmodell oft am Rande der Gesellschaft lebten: «Anstatt die Ursachen der Armut zu bekämpfen, versuchte man die Armen auszurotten. Durch umfassende Zwangssterilisation ‹belasteter Sippen› sollten althergebrachte soziale Probleme ein für alle Mal beseitigt werden».13

Bereits in der Weimarer Republik (1932) hatte es einen Gesetzesentwurf gegeben, der eine Sterilisation zwar vorsah, die Zustimmung der unmittelbar Betroffenen (bzw. des gesetzlichen Vormunds) jedoch zwingend voraussetzte. Das Gesetz vom 14. Juli 1933 strich den Passus zur Zustimmung vollständig, ja bezeichnete den Widerstand gegen die Sterilisation als gesellschaftlich verwerflich14 und somit potenziell strafbar15 . Das Gesetz verstieß damit eindeutig gegen zwei Grundrechte des Menschen: das Recht auf körperliche Unversehrtheit sowie das Recht auf Selbstbestimmung. Zudem war es ein Verstoß gegen die ärztliche Schweigepflicht: Ärzte, egal welcher Fachrichtung und in welcher Funktion tätig, wurden gezwungen, die eigenen Patienten anzuzeigen. Dieser Zwang führte zu schrecklichen Ergebnissen: Laut Gisela Bock wurden bis 1945 fast eine Million Menschen angezeigt, was zu dieser Zeit 3% der Bevölkerung im Alter von sechzehn bis fünfzig Jahren entsprach.16

Männer wurden per Vasektomie mit lokaler Betäubung sterilisiert; Frauen hingegen durch das Verschließen der Eileiter in Vollnarkose. Die Rekonvaleszenz der Frauen dauerte länger, es kam häufiger zu Komplikationen. Die fünfte Verordnung vom 25. Februar 193617 erlaubte die Sterilisation von Frauen, die älter als achtunddreißig Jahre waren, per Röntgenbestrahlung und intrauteriner Radiumeinlage. In der Logik des Regimes war diese Praktik bequem und wirtschaftlich: Sie erlaubte die gleichzeitige Sterilisation mehrerer Frauen ohne den Einsatz von medizinischem Personal und ohne den Operationssaal zu benötigen. Somit waren nicht nur Gynäkologen an Zwangssterilisationen beteiligt, sondern auch Radiologen.18

Was widerfuhr den Frauen und Männern, die zwischen 1934 und 1945 zwangssterilisiert wurden? Unter Punkt 15 des Merkblatts, das den Patient*innen in den Kliniken vor der Sterilisation ausgehändigt wurde19 , stand: «Das Verfahren ist streng geheim. Schweige also in erster Linie, wenn du nicht willst, dass andere davon erfahren.» Aus Angst oder Scham entschieden sich die meisten der Opfer tatsächlich zu schweigen; doch auch Jahrzehnte später beantragten immer noch sehr wenige eine Entschädigung. Außerdem wurde vor Gericht das Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses nicht als ausdrücklich nationalsozialistischen Ursprungs angesehen, da es eine ähnliche Verordnung eben auch in der Weimarer Republik gegeben hatte. Eine Entschädigung konnte nur in den Fällen zugesprochen werden, in denen die Sterilisation aus rassischen, religiösen oder ideologischen Gründen erfolgte. Die entsprechenden Debatten füllten die Gerichtssäle in verschiedenen Phasen der Nachkriegszeit, doch erst 2003 sprach die Regierung den Opfern eine Entschädigung in Höhe von einmalig 5.000 Euro zu. Doch in den 2000er-Jahren waren nur noch wenige Opfer am Leben und diese armselige Summe wirkte wie ein weiterer Schlag ins Gesicht der Geschädigten.20

Die Zwangssterilisation ist vielleicht einer der am wenigsten erforschten, wenngleich grausamsten und ausgesprochen erniedrigenden Aspekte der nationalsozialistischen Herrschaft: In ihr erkennt man nicht nur die Unfähigkeit einer ganzen Gesellschaft, die nicht in der Lage war, sich und ihre schwächsten Glieder vor der Barbarei der Diktatur zu schützen, sondern auch die nach dem Krieg herrschende Selbstgerechtigkeit, die die Opfer einer solch groben Ungerechtigkeit von Entschädigungen ausschloss. Die meisten Opfern wurden durch die Folgen stark geschwächt: körperliche Beschwerden, Depressionen, das Gefühl, sich zu verlieren und nutzlos zu sein. In nicht wenigen Fällen führten insbesondere nach der Sterilisation mittels intrauteriner Radiumeinlage Infektionen und Tumore zu einem langsamen und qualvollen Tod.

Elisabeth Herrmanns Text schließt mit einer bitteren Feststellung: «Ich blieb allein.»

Ein Schicksal, das sie mit vielen Opfern teilte, deren Geschichten jedoch nie jemand erzählen wird. Ihnen und ihrem Schmerz ist dieser Beitrag gewidmet.

  1. Cfr: Reichsgesetzblatt/RGBl 1933, Teil 1, Nr. 86, vedi: ÖNB, https://alex.onb.ac.at/cgi-content/alex?aid=dra&datum=1933&page=654 (11 agosto 2025).
  2. Wolfgang Ayass, «„Asozialer Nachwuchs ist für die Volksgemeinschaft vollkommen unerwünscht“. Die Zwangssterilisationen von sozialen Außenseitern», in: Margret Hamm (Hrsg), Lebensunwert – zerstörte Leben, Zwangssterilisation und «Euthanasie», Frankfurt am Main: VAS, ²2006, p. 114. (Invece di combattere le cause della povertà, si cercò di eliminare i poveri. I problemi sociali dovevano essere risolti una volta per tutte attraverso la sterilizzazione su larga scala di «famiglie sospette», trad. d. IF)
  3. «[…] da die Sterilisierung das einzig sichere Mittel ist, um die weitere Vererbung von Geisteskrankheiten und schweren Erbleiden zu verhüten, muss sie demnach als eine Tat der Nächstenliebe und Vorsorge für die kommende Generation angesehen werden» (Begründung zum Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses vom 14. Juli 1933, Reichsanzeiger 1933, Nr. 172) ([…] dato che la sterilizzazione è l’unico metodo sicuro per evitare l’ereditarietà di malattie psichiche gravi e di malattie genetiche, deve essere considerata come un atto di carità e una forma di prevenzione per le generazioni a venire […], trad. d. IF).
  4. Il §12 è, a tal proposito, chiarissimo: «Hat das Gericht die Unfruchtbarmachung endgültig beschlossen, so ist sie auch gegen den Willen des Unfruchtbarzumachenden auzuführen» (Una volta che il Tribunale ha disposto la sterilizzazione, essa è da effettuare anche contro la volontà della persona da sterilizzare, trad. d. IF), Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses vom 14. Juli 1933 (Reichsgesetzblatt/RGBl 1933, Teil 1, Nr. 86, S. 530).
  5. Cfr. Gisela Bock, Zwangssterilisation im Nationalsozialismus. Studien zur Rassenpolitik und Frauenpolitik, Wiesbaden: Westdeutscher Verlag 1985, S. 232.
  6. Fünfte Verordnung zur Ausführung des Gesetzes zur Verhütung erbkranken Nachwuchses. Vom 25. Februar 1936, (Reichsgesetzblatt/RGBl 1936, Teil 1, Nr. 16, S. 122) entrata in vigore il primo maggio 1936.
  7. Cfr. Gabriele Moser, «„Röntgenkunde und Volksgesundheit“: Radiologie und Röntgenologie in der NS- Erbgesundheitspolitik» (=Radiologie in der NS-Zeit – Teil 3), in: RöFo – Fortschritte auf dem Gebiet der Röntgenstrahlen und der bildgebenden Verfahren (186), 3/2014, Stuttgart: Thieme, pp. 212–217. Cfr. ibidem: «Eine systematische Bestandsaufnahme der Opfer eugenischer zwangsweiser Unfruchtbarmachung durch Strahlen ist immer noch ein Desiderat der Forschung.» (Una indagine sistematica sulle vittime della sterilizzazione forzata tramite radiazioni resta ancora fra i desiderata della ricerca scientifica, trad. d. IF)
  8. Cfr. Merkblatt für Erbkranke und ihre Angehörigen, cit. in: Thomas Koch, Zwangssterilisation im Dritten Reich, Mabuse Verlag: Frankfurt am Main, 20172, p. 100.
  9. Cfr. Rolf Surmann, «Was ist typisches NS-Unrecht? Die verweigerte Entschädigung für Zwangssterilisierte und „Euthanasie“-Geschädigte», in Hamm: (²2006), pp. 198–211.
  10. Diese Fassung ist unter folgendem Link als PDF abrufbar: https://archiv-behindertenbewegung.org/media/icch_die_steri.pdf. Die Redaktion dankt dem Psychiatrie Verlag für die Genehmigung eines Abdrucks der übersetzten Abschnitte.
  11. Vgl.: Reichsgesetzblatt/RGBl 1933, Teil 1, Nr. 86, einsehbar: ÖBN, https://alex.onb.ac.at/cgi-content/alex?aid=dra&datum=1933&page=654 (11. August 2025).
  12. Ebenda.
  13. Wolfgang Ayass, «„Asozialer Nachwuchs ist für die Volksgemeinschaft vollkommen unerwünscht“. Die Zwangssterilisationen von sozialen Außenseitern», in: Margret Hamm (Hrsg), Lebensunwert – zerstörte Leben, Zwangssterilisation und «Euthanasie», Frankfurt am Main: VAS, ²2006, S. 114.
  14. «[…] da die Sterilisierung das einzig sichere Mittel ist, um die weitere Vererbung von Geisteskrankheiten und schweren Erbleiden zu verhüten, muss sie demnach als eine Tat der Nächstenliebe und Vorsorge für die kommende Generation angesehen werden» (Begründung zum Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses vom 14. Juli 1933, Reichsanzeiger 1933, Nr. 172).
  15. §12 ist in dieser Hinsicht eindeutig: «Hat das Gericht die Unfruchtbarmachung endgültig beschlossen, so ist sie auch gegen den Willen des Unfruchtbarzumachenden auzuführen», Gesetz zur Verhütung erbkranken Nachwuchses vom 14. Juli 1933 (Reichsgesetzblatt/RGBl 1933, Teil 1, Nr. 86, S. 530).
  16. Cfr. Gisela Bock, Zwangssterilisation im Nationalsozialismus. Studien zur Rassenpolitik und Frauenpolitik, Wiesbaden: Westdeutscher Verlag 1985, S. 232.
  17. Fünfte Verordnung zur Ausführung des Gesetzes zur Verhütung erbkranken Nachwuchses. Vom 25. Februar 1936, (Reichsgesetzblatt/RGBl 1936, Teil 1, Nr. 16, S. 122) am 1. Mai 1936 in Kraft getreten.
  18. Cfr. Gabriele Moser, «„Röntgenkunde und Volksgesundheit“: Radiologie und Röntgenologie in der NS- Erbgesundheitspolitik» (=Radiologie in der NS-Zeit – Teil 3), in: RöFo – Fortschritte auf dem Gebiet der Röntgenstrahlen und der bildgebenden Verfahren (186), 3/2014, Stuttgart: Thieme, S. 212–217. Vgl. ebenda: «Eine systematische Bestandsaufnahme der Opfer eugenischer zwangsweiser Unfruchtbarmachung durch Strahlen ist immer noch ein Desiderat der Forschung.»
  19. Vgl. Merkblatt für Erbkranke und ihre Angehörigen, zit. in: Thomas Koch, Zwangssterilisation im Dritten Reich, Mabuse Verlag: Frankfurt am Main, 20172, S. 100.
  20. Vgl. Rolf Surmann, «Was ist typisches NS-Unrecht? Die verweigerte Entschädigung für Zwangssterilisierte und „Euthanasie“-Geschädigte», in Hamm: (²2006), S. 198–211.
Literarische Stimmen

da:
Mi chiamavano la Steri