Quando ero ragazza
[…] E così iniziò l’era del Nazionalsocialismo, un’era non proprio adatta a recuperare una persona affetta dal morbo di Basedow come me.1 Il professore da cui ero in cura, mi offrì la sua amicizia. Solo l’amicizia mi avrebbe fatto guarire, mi spiegò. Aveva una sistemazione per farmi stare tranquilla, ma io rinunciai, e la cosa mi turbò. Sotto la nostra casa furono caricate rivoltelle e si sparò in faccia alla gente. Una mattina uno ebbe le convulsioni. Un camion del latte si scontrò con il tram. Una folla di persone, urlando e sghignazzando, trascinò degli ebrei fuori dai loro negozi. Mia madre diventava sempre più fragile, mia zia era molto vecchia, mio zio ancora di più. Le strade che percorrevamo ci portavano quasi solo dai nostri morti, al cimitero.
All’improvviso arrivò la «Legge per la Prevenzione della prole con malattie ereditarie».2 Ero ancora molto giovane, quindi non mi riguardava. Era molto lontana da me, grazie a Dio! Il fatto di non poter avere un figlio non mi preoccupava. A quel tempo immaginavo persone con i capelli arruffati, i letti sporchi, le mani sporche e smorfie, smorfie. Nessun animale può essere così. Gli animali sono belli. Mi facevo piccola piccola. Veramente vogliamo lasciarli circolare? Guarda che prima o poi uccideranno qualcuno. Mi veniva da vomitare: ma i pazzi sono in grado di amare?
La pensione da impiegata di mia madre era di appena trenta Reichsmark, più i pochi quattrini che lei guadagnava con l’insegnamento. Ero sempre più magra e la colpa non era solo del morbo di Basedow. Il cibo scarseggiava. Mia madre si rifiutava di accettare l’aiuto di una zia ricca, non lo voleva per nessuna cosa al mondo. E invece tutti credevano che vivessimo solo grazie ai soldi di mia zia.
Come tutte le ragazze del tempo, volevo diventare infermiera, maestra d’asilo, fisioterapeuta, ma ovunque mi chiusero le porte in faccia. Una volta non ero il tipo giusto, un’altra volta ero troppo magra, una volta mi dissero: tanto tu non lo sai fare. Come uno spettro, si insinuò dentro di me il timore di essere inutile, di non riuscire a sistemarmi. Mi figuravo quanto sarebbe stato bello se qualcuno mi avesse baciato – come la Bella Addormentata veniva svegliata con un bacio – e tutto, tutto sarebbe andato bene. Ma l’orizzonte si oscurava sempre di più.
Circolava il motto «Kraft durch Freude»3 , ma questo non valeva per gente come noi. Un giorno, però, entrò una persona nella mia vita, il signor Syndikus. Mi trovò un lavoro. Ero fin troppo felice. Tuttavia, i soldi erano sufficienti solo per tappare piccoli buchi. Non erano abbastanza, non bastavano. Una sera mia madre crollò e mi lasciò per sempre. La sua unica preoccupazione, le ultime parole che pronunciò, riguardavano il mio futuro. (pag. 31 segg.)
1938
[…] Per me l’amore dei genitori era la cosa più grande, più bella e più santa di questa terra, e questa cosa più grande, più bella e più santa la cercavo anche in un uomo. Mi sembrò che fosse davvero entrato nella mia vita un uomo del genere. Il pensiero di potergli dare un figlio s’impossessò di me in modo così intenso che avrei potuto urlare. Per via della sua età avevo un gran rispetto per lui e aspettavo – aspettavo e speravo. Mi sembrava che esistesse un legame anche tra i nostri pensieri: quando lo sognavo, il giorno dopo mi dava un bell’incarico. Quando pensavo a lui, subito dopo lo incontravo. Mi si fermava il sangue nelle vene ogni volta che lo vedevo.
Purtroppo però la mia vita stava andando alla deriva. Come la tempesta spinge una foglia intatta nel fango, così gli eventi si impossessarono della mia giovane vita.
I preparativi di guerra, la morte di mia madre, la lotta per l’appartamento, l’eredità di mia zia che volevano portarle via, l’attività nella difesa antiaerea e nell’NSV4 , e di notte la smania – no, non ce la facevo proprio più. […] (pag. 34 seg.)
Arrivo in clinica
[…] La sera, con l’aiuto di diverse persone, ottenni finalmente il ricovero in clinica. Lo stesso medico che mi aveva rifiutato al mattino, quella sera fece l’accettazione e, generosamente, mi disse «Ah, ancora Lei». Sembrava che in quel posto tutti trovassero tutto divertente. Le pareti erano dipinte di un verde scurissimo e mi ricordavano più la fine della mia vita che una possibile guarigione. La seconda pulizia approfondita della giornata avvenne questa volta con l’aiuto di un’infermiera che notò che non ero poi così sporca. Successivamente venni trascinata tra i letti nel corridoio e nella stanza dei malati e, infine, con poco rispetto, rovesciata malamente sul letto: lì mi venne una crisi di nervi. […]
Il mattino seguente incontrai il nostro primario. Era appena stato nominato direttore della clinica e i giornali ne tessevano le lodi. Il suo predecessore si era fatto imbrogliare. Un paziente aveva simulato una grave malattia mentale, arrampicandosi fuori dalle finestre come un gatto al chiaro di luna, e il professore aveva sbagliato la diagnosi. Così arrivò il primario. Anche a lui sembrava tutto divertente. Mi chiese con un sorriso, come se si aspettasse una battuta da me, che cosa mai mi preoccupasse. Allora osai aprirmi su quello che ormai era diventato il mio più grande cruccio: voglio avere un figlio, dissi, sarò sterilizzata? «Farò richiesta», fu la sua laconica risposta, una risposta che mi colpì come una clava e che fu probabilmente la cosa più difficile da affrontare.
I medici scoppiavano di lavoro e sembravano elefanti in un negozio di porcellane. Così una volta un piatto di porcellana e il suo contenuto finì in faccia a un medico. Era stato attaccato da una paziente che si sentiva non compresa. Venne messo tutto accuratamente per iscritto. I fascicoli erano pieni di deliri, manie di grandezza, manie di persecuzione, manie relazionali. Ci veniva chiesto di frequente: «Ma non ti rendi conto di avere una malattia?». Non osavamo contraddire e decidemmo allora di chiuderci in un silenzio ferreo. Se si alludeva alla vecchia zia malata a casa o all’appartamento abbandonato, le infermiere si infuriavano.
C’erano sbarre alle finestre e le porte venivano sempre chiuse a chiave. Iniziammo a scavare dentro di noi e a chiederci ansiosamente che cosa avessimo fatto di male. Il bagno si trovava nella stanza ed esalava odori sempre diversi. Le iniezioni aumentarono: me ne facevano cinque al giorno, poiché ormai avevo sviluppato delle forme di paralisi e la febbre era salita a dismisura. I miei polmoni venivano auscultati. Le infermiere tra di loro dicevano che comunque non avrei combinato nulla nella vita. Le iniezioni serali continuavano a provocarmi spasmi e crisi di nervi. Ma nei registri si insinuava che queste fossero reazioni a qualche fantasma della mia mente. Al mattino e a mezzogiorno le infermiere ci contavano ed erano tutte contente quando ce n’era una di meno, perché era stata spostata o era morta.
I famosi amici che dovrebbero aiutarti quando ne hai più bisogno, non arrivarono neanche per me. La vecchia zia malata non riusciva più ad accettare il fatto che anch’io fossi malata. Restavano solo nemici, persone che volevano derubare mia zia dei suoi soldi e me dell’eredità.
E poi c’era l’amante del nostro medico di famiglia, che diceva che era un peccato che la sua meravigliosa, bellissima, bionda figlia (divorziata) non avesse un figlio: se invece io, disgraziata, ne avessi avuto uno, sarebbe stato il colmo5 . Questa donna che lavorava come governante sarebbe poi morta nelle zone orientali occupate, perché aveva ignorato i miei avvertimenti. Per lei quei paesi sotto Hitler erano sicuri come prima ed era convinta che le mie argomentazioni fossero solo farneticazioni di una pazza.6 […] (pag. 37 segg.)
Alea iacta est
Le lenzuola decorate con simboli della fortuna mi fissavano con un ghigno sardonico. Mi ritrovai in una grande sala che probabilmente ospitava tutta la miseria della Germania. La donna che era arrivata prima di me si era tolta la vita. La mia vicina di letto era coperta da ulcere provocate dalla sifilide. Dall’altra parte giacevano suicidi che erano stati riportati in vita, e le infermiere si lamentavano di continuo del peso che queste persone rappresentavano per loro. Sul comodino c’era una teiera nella quale di solito nuotavano di notte scarafaggi giganti. Da quel momento in poi mi chiamarono semplicemente «la Steri». Le infermiere ausiliarie usavano questa parola con grande vanità, e i loro corpi sembravano rigonfiarsi per l’importanza che si davano.7
Eppure, non potevano vederci tristi, e volevano che ridessimo come loro. Non potevano vederci tristi, dovevano misurare la loro felicità su di noi e noi dovevamo ridere, altrimenti si sentivano in colpa.
Il pane che ci veniva dato era spesso ammuffito. Il burro era stato raschiato dai pazienti di altri reparti. Ma notarono con entusiasmo che ero ingrassata, anche se in realtà la bilancia segnava solo 94 libbre, un peso che non sarebbe bastato per l’operazione. Il primo giorno di lavoro, nel 1942, mi spettinarono e mi fecero due trecce strette. Mi deridevano e mi spintonavano. Mi spruzzarono qualcosa in faccia. Prima di perdere completamente i sensi, dissi con l’ultimo fiato che mi restava che non avevo mai baciato un uomo. Oggi non riesco più a liberarmi dalla sensazione che le loro mani luride si siano impossessate di me.
Avevo sognato mille volte quanto sarei stata felice se fossi rimasta incinta, a cosa avrei potuto indossare per mascherare il mio segreto. Allora, quando le infermiere mi dissero: «Ecco, adesso sì che puoi andare a letto con gli uomini!» ne fui disgustata.
Ero diventata un nulla. Ero così poco importante che non esitavano nemmeno a mettermi sul giaciglio di un malato di sifilide quando cambiavano le lenzuola, e compivano su di me atti perversi. Dopo quattro giorni, dovetti alzarmi e facevo fatica a camminare, trascinandomi da un luogo all’altro. Tuttavia la febbre alta e una suppurazione della parete addominale misero fine al sarcasmo delle infermiere per il mio faticoso incedere. Rimasi nel reparto altre quattro settimane prima di essere rilasciata di nuovo nel mondo come persona non più pericolosa. (pag. 49 segg.)
Chi tardi arriva, male alloggia
[…] Con gli uomini mi sentivo una preda facile.8 Il capo fu il primo ad avanzare richieste. Seguì un funzionario. Quando vidi che non aveva l’anello, mi illusi che fosse amore. Mi piombò addosso come un predatore e mi baciò, poi mi spiegò che era sposato. Purtroppo, credevo ancora che dovesse esistere qualcuno che avrebbe capito la mia situazione. Il signor Syndikus morì subito dopo il mio ritorno a casa, dopo l’operazione. Alla fine, nel dolore e nella solitudine che mi circondava, non sapevo più se le mie azioni fossero giuste o sbagliate; per un po’ di tempo mi cacciai in situazioni che non avrei mai cercato in una vita normale. […] (pag. 52)
Una nuova vita
[…] Più tardi mi fecero un’operazione di riparazione9 che per un breve periodo mi fece sperare. Il ragazzo che avevo conosciuto durante la fuga, nel frattempo aveva incontrato una giovane donna ed era diventato padre. Il destino, però, ha continuato a perseguitarmi. Sono rimasta sola. (pag. 60 seg.)