Miscellanea

Una riflessione sul ’68 in Italia
(con un’analisi letteraria)

Cesare De Marchi

La rivolta giovanile del 1968 è stata un fenomeno talmente complesso e contraddittorio, che di essa non solo sono state date tante interpretazioni diverse, tutte almeno in parte fondate, ma altre ancora ne sarebbero possibili. Qui mi interessa considerarla come un primo sussulto traumatico che annunciava una ribellione generalizzata alle élites, ed esaminarne alcune delle componenti ideologiche, varie e contraddittorie, che vi si mescolavano.

La pressione sulle strutture scolastiche e universitarie era cresciuta enormemente a seguito del cosiddetto miracolo economico e dell’estensione quantitativa della classe media. Nel 1962 una riforma unificò la scuola media inferiore, consentendo un accesso molto più ampio ai licei e di qui all’università; ma essa non poteva ancora farsi sentire nel 1968, dal momento che i primi scolari della media unificata arrivarono all’esame di maturità nel 1971 e solo nell’anno accademico 71/72 all’università, il cui libero accesso da ogni ordine di scuola era stato frattanto introdotto nel 1969. Tuttavia, a quella data le iscrizioni all’università erano già esplose da tempo, raddoppiando nei sette anni dal 1961 al 1967. Insomma le due riforme in questione non fecero che prendere atto della mutata realtà: i figli delle classi medie si stavano già iscrivendo all’università ed evidentemente (dal momento che allora vi si accedeva ancora con la sola maturità liceale) si erano già da tempo orientati a frequentare il liceo. La riforma dell’università, presentata dal ministro Luigi Gui nel 1965, discussa in commissione e in parlamento per anni, non fu approvata prima che si avviasse la rivolta studentesca, tra la fine del ’67 e l’inizio del ’68, e men che meno lo fu dopo.

A un primo sguardo, quindi, la rivolta studentesca appare enigmatica. Che cosa volevano gli studenti? Avevano la possibilità di accedere a professioni ambite e di entrare a far parte della cosiddetta classe dirigente; il «presalario», introdotto nel 1963, sosteneva gli appartenenti a famiglie non agiate, che erano sicuramente animati da una forte motivazione allo studio e che non potevano essere a favore del cieco egualitarismo che emerse di lì a poco nel movimento degli studenti. La protesta, in effetti, prese vie del tutto contraddittorie: da un lato si lamentava il carattere nonostante tutto classista dell’università e si indicava nell’alta percentuale di studenti che non arrivavano alla laurea la prova di una selezione operata non in base al merito ma in base alla posizione sociale, giacché chi doveva lavorare studiando (i cosiddetti «studenti-lavoratori») era chiaramente svantaggiato nei confronti di chi, appoggiato dalla famiglia, poteva dedicarsi esclusivamente allo studio. Si lamentava altresì l’arretratezza dei programmi di studio, la loro lontananza dal mondo del lavoro reale, la scarsa presenza dei docenti e i loro corsi dal contenuto antiquato. Questo da un lato, il lato – diciamo così – ragionevole. Ma dall’altro la protesta premeva verso soluzioni che potevano solo aggravare il problema: l’abolizione del criterio del merito, il «voto politico», gli esami «di gruppo» avrebbero scardinato prima l’università, dove tendenzialmente tutti si sarebbero iscritti, e poi il mercato del lavoro, che sarebbe stato invaso (come in parte accadde e ancora accade) da masse provviste di un diploma ma senza reale competenza professionale. Erano tutto sommato più coerenti quegli studenti rivoluzionari che indicavano il fine della loro agitazione non nella riforma degli studi universitari, ma nel rovesciamento della società borghese.

In effetti la corrente marxista prese presto il sopravvento, almeno superficialmente, ed esercitò – come scrive Ginsborg – «un’influenza sproporzionata sul movimento studentesco».1 Basandosi su analisi del capitalismo maturo che agguerriti intellettuali operaisti stavano conducendo da alcuni anni su riviste come Quaderni Rossi (che però chiuse le pubblicazioni già nel 1966) e Quaderni Piacentini, gli studenti che occuparono l’università di Pisa nel febbraio 1967, nell’opporsi totalmente al progetto di riforma che Gui aveva presentato due anni prima, rifiutavano sia il numero chiuso (che era con ogni evidenza necessario e inevitabile) sia l’articolazione in tre livelli di laurea (che sarebbero stati introdotti trent’anni più tardi). Era loro convinzione che «il capitalismo» mirasse a configurare organicamente l’università secondo le proprie esigenze socio-economiche; questo progetto capitalistico avrebbe portato, sostenevano gli studenti, a sfornare laureati che, per effetto della crescente razionalizzazione dei processi produttivi, sarebbero finiti in posizioni del tutto subordinate e assai vicine a quelle degli operai; una crescente dequalificazione di tutti i tipi di lavoro avrebbe gettato anche i laureati nel vasto stuolo del proletariato. In alcune varianti di questa interpretazione si arrivò a sostenere la tesi di uno sfruttamento dello studente e si cercò di fondarla con una avventurosa estensione della teoria marxiana del plusvalore. Alla facile obiezione che lo studente, a differenza dell’operaio, non produce merci da immettere sul mercato, si opponeva trionfanti che lo studente «produce sé stesso» e viene poi venduto lui pure sul mercato del lavoro; il plusvalore era dunque la preparazione professionale che veniva ad aggiungersi al valore (puramente potenziale) dello studente-matricola.

Oggi l’erroneità di queste analisi è fin troppo evidente, ma già una decina d’anni dopo quei fatti la loro confutazione era offerta dalla sorte stessa di molti dei contestatori di allora, i quali godettero dell’agiata esistenza borghese che avevano ritenuta impossibile.

Ancora più avanzata fu la politicizzazione nella facoltà di sociologia dell’università di Trento, i cui studenti nell’autunno del 1967 formularono l’«ipotesi generale che vi sia ancora la possibilità concreta di un rovesciamento radicale del sistema a capitalismo maturo attraverso nuove forme di lotta di classe».2 Era qui all’opera il «mito della rivoluzione» che, come ha scritto Raymond Aron,3 «alimenta l’attesa di una rottura dell’andamento ordinario delle cose umane». Ma che non si trattasse di marxismo ortodosso lo dimostrava un accenno marcusiano a «ciò che gli imbonitori mercenari chiamano “ragione”», ma soprattutto l’idea che veniva lanciata di una «università negativa», riecheggiante chiaramente la dialettica negativa della scuola di Francoforte.4

Tuttavia, se questo era l’aspetto più pronunciato e vistoso, ce n’era poi un altro che operava affianco o più spesso sotto la superficie di un’adesione al primo. C’era una rivolta profonda, accanita contro la famiglia e i valori che essa pensava di dover trasmettere ai figli: valori naturali per la generazione uscita dalla guerra, includenti anche il benessere materiale cui quella era giunta solo faticosamente dopo gli anni della paziente ricostruzione; una rivolta tanto più rancorosa in quanto quei figli sentivano di essere dei privilegiati ma rifiutavano di esserlo, pur non volendo rinunciare al benessere che vi era legato. Anche la grande popolarità di Freud fra i giovani di quegli anni era forse da ascriversi a questo conflitto tra figli e padri. Il conflitto si estese poi del tutto naturalmente al rapporto con insegnanti e professori, che in gran parte dicevano le stesse cose dei padri. Agli uni e agli altri venne rinfacciato di avere costruito una società ingiusta, e i vantaggi sociali di cui i giovani avrebbero disperatamente voluto spogliarsi divennero, una volta proiettati fuori di sé nella società in grande, oggetto di un odio furibondo.

Gli inizi furono euforici e chiassosi: durante le lezioni qualche studente si alzava e interrompeva il professore dicendo: «Contesto!» Quel che seguiva non si manteneva in genere nei binari di una più o meno animata discussione, ma finiva in cori assordanti di «Scemo! scemo!» che subissavano il contestato impedendogli, non che di continuare la lezione, anche solo di replicare. A Nanterre, in Francia, il rettore dell’università ebbe un bidone di immondizia rovesciato sulla testa. Erano le avvisaglie di una rivolta antielitaria che andò poi assumendo carattere sempre più aggressivo, toccando il suo culmine (perlomeno in Italia) all’epoca dei processi di Mani pulite: Craxi, che tra gli altri ne fu fatto oggetto, la definì «squadrismo». In anni recenti alcuni giornalisti, in Germania, vennero aggrediti da manifestanti di Pegida al grido di «Lügenpresse!», corrispondente all’ormai celeberrimo «fake news» di un presidente americano e a un più signorile «stampa che disinforma» di un presidente del consiglio italiano.

Ci fu ancora un’altra componente della rivolta studentesca, che se da un lato era uno sviluppo del rifiuto dell’educazione ricevuta in famiglia e nella scuola, dall’altro riprendeva aspetti del movimento hippie americano con le sue pulsioni libertarie che andavano dalla libertà sessuale assoluta5 alla libertà dal lavoro e dai fondamentali obblighi sociali, bollati tutti come oppressivi e innaturali. Il ritorno alla natura, peraltro, nonostante una fiammata di popolarità di Thoreau e del suo Walden, tra gli studenti non andò mai tanto oltre da farli rinunciare al fatto acquisito del benessere. Il rifiuto della monotonia opprimente del lavoro ebbe la sua manifestazione più clamorosa nello sciopero generale del maggio ’68 in Francia, proseguito a lungo dagli operai che respinsero l’offerta di consistenti aumenti salariali ottenuti dai sindacati; dato che gli scioperanti non volevano neppure una rivoluzione, i loro obiettivi rimangono oscuri, né vi gettano molta luce le parole d’ordine predilette dagli studenti francesi in quelle settimane – «La fantaisie au pouvoir!», «Soyez réalistes, demandez l’impossible». Certo è che la dimensione di massa del movimento, il sentirsi parte di un’immensa onda collettiva che faceva apparire possibile e quasi reale l’irreale, suscitava in ognuno dei partecipanti un sentimento di entusiasmo utopico che anni dopo un operaio espresse mirabilmente in tre semplici parole: «Era bello vivere».6 Forse a tutti, studenti e operai in sciopero, balenava in mente l’immagine paradisiaca, evocata da Engels e Marx nei loro anni giovanili, di una società «in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere», una società che «regola la produzione generale e in tal modo mi consente di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia».7

Strascichi di questo atteggiamento si ebbero ancora durante gli anni Settanta, tra l’altro nel rifiuto del libro in quanto strumento di trasmissione del «sapere borghese», e se ne hanno oggi non pochi altri che sono tra i capisaldi della ribellione antielitaria delle masse: dal rifiuto degli alimenti geneticamente modificati e dei vaccini a quello dei termovalorizzatori, dei treni ad alta velocità, del trattato commerciale transatlantico (nel che i ribelli hanno ottenuto soddisfazione dal presidente americano Trump già durante il suo primo mandato), e via dicendo.

Ritornando all’aspetto più strettamente politico della rivolta studentesca, va detto che i comunisti italiani, dopo un momento di incertezza iniziale, diffidarono del movimento studentesco e gli si opposero poi decisamente non appena da esso cominciarono a rampollare gruppi politici rivoluzionari. D’altra parte il Partito comunista era stato fin dall’inizio bersaglio delle invettive studentesche almeno quanto i partiti di governo. Gli irragionevoli interventi della polizia, spesso brutali, contribuirono a confermare gli studenti nell’idea che fosse impossibile ottenere qualcosa senza l’uso della violenza: «Non ci resta che ribellarci», diceva melodrammaticamente una canzone di quegli anni; cui faceva eco, più radicale ancora, un’altra che inneggiava a «la violenza, la rivolta; / chi ha esitato questa volta / lotterà con noi domani!» Una terza canzone intimava: «No alla scuola dei padroni! / Via il governo, dimissioni!» In realtà il governo di centro-sinistra non cercava né aveva interesse a cercare lo scontro con gli studenti: «Bisogna distinguere», scrive Robert Lumley,8 «tra i diversi apparati dello Stato e al loro interno, dato che essi non erano né uniformemente conservatori né controllati completamente dall’esecutivo. Non sembra che il governo di centro-sinistra avesse molto da guadagnare da un confronto violento con il movimento studentesco, e infatti optò per il compromesso: dopo gli scontri di Valle Giulia ordinò il rilascio di tutti gli arrestati e sollecitò il rettore a trattare con il movimento. Invece negli apparati repressivi dello Stato le forze conservatrici e di destra erano favorevoli all’uso della forza per domare i disordini». Senza dubbio fu un settore di queste forze a scatenare la cosiddetta strategia della tensione con una serie di attentati terroristici miranti a portare il livello dello scontro politico al limite della guerra civile, verosimilmente nell’intento di organizzare o di provocare un colpo di stato militare. Il livello dello scontro in effetti salì, e una piccola frazione del movimento studentesco passò alla clandestinità e alla lotta armata. Così proprio nel momento in cui il Paese, cresciuto rapidamente da agricolo a industriale, avviata la creazione di gigantesche infrastrutture viarie, era pronto a riformarsi in ampi settori di importanza sociale, forze reazionarie di segno opposto lo ributtavano indietro. Nella confusione e convulsione generali la criminalità organizzata, destinata ad acquisire un peso crescente nella vita economica e politica, lanciava una grande campagna di sequestri a scopo di estorsione: e non è senza significato che il generale dei carabinieri che aveva sconfitto il terrorismo sia dovuto soccombere poco dopo alla mafia di Palermo.9

In realtà la lotta armata non era che il termine ultimo di un utopismo fuori della storia, come fuori della storia era stata tutta l’ala convintamente marxista del movimento studentesco. Nel terrorismo si esprimeva la disperazione per l’impossibilità di costituire un reale movimento rivoluzionario di massa; e, se è lecito paragonare una realtà tragica ad una tragedia puramente letteraria, viene da pensare a quel personaggio di Schiller, che leggendo Plutarco si sentiva talmente nauseato dal secolo in cui viveva, da farsi masnadiero. Chiusa la mente dei «brigatisti» italiani in un mito tutto libresco di rigenerazione sociale, come la mente di Karl Moor lo era nel cerchio magico dei grandi uomini dell’età classica. E nessuno degli studenti contestatori del ’68, a parte gli operaisti, era mai entrato in una fabbrica; in assenza di rapporti reali con gli operai, l’immagine che essi ne avevano proveniva da qualche film d’ambientazione ottocentesca (come il tutt’altro che mediocre I compagni di Monicelli), dalla lettura di Marx e da un atto di fede nella verità dell’inferno unidimensionale descritto da Marcuse, ma forse più ancora da un generoso sforzo d’immaginazione, come quello che ho tratteggiato nel racconto autobiografico Speranze.10

Vorrei, per concludere, considerare sotto questo angolo visuale la canzone che fu il vero e proprio inno del ’68 italiano.11 Già il suo titolo, Contessa, e la situazione evocata nel primo verso («Che roba, contessa, all’industria di Aldo») ci trasportano in una situazione che stentiamo a riconoscere come reale: qualcuno, probabilmente un nobile (o piuttosto ex nobile, dal momento che lo Stato repubblicano non riconosce i titoli nobiliari), come nobile o ex nobile è del resto la contessa cui si rivolge, racconta di uno sciopero nella fabbrica di tale Aldo, evidentemente un conoscente comune, che ha chiamato la polizia; devono esserne seguiti scontri violenti perché il narratore osserva cinicamente che gli operai «di sangue han sporcato il cortile e le porte: / chissà quanto tempo ci vorrà per pulire». Il cortile e le porte fanno pensare piuttosto alla casa del proprietario della fabbrica che alla fabbrica stessa, o a una fabbrica di modeste dimensioni a ridosso della casa; si ha comunque la netta impressione di trovarsi alle origini del capitalismo industriale, di fronte a uno dei primi scioperi operai immediatamente repressi.

Qui comunque finisce il recitativo iniziale e viene presentato il tema, in tempo di marcia, incisivo e ben orecchiabile: è un tema originale, non ripreso da vecchi canti di lotta come per esempio l’inno di «Potere operaio» dalla Varsovienne. Il testo ha qualcosa di vagamente familiare, congiunge l’ovvia simbologia di falce e martello con qualcosa d’altro che viene da lontano, forse per molti di noi dalla scuola ... Intanto il testo della canzone è in senari doppi, non solo nel ritornello ma anche (salvo tre o quattro versi sbagliati) nei recitativi; usa la rima baciata, benché non uniformemente; in ogni caso siamo ben lontani dai pasticci metrici di quasi tutte le altre canzoni sessantottesche; in un verso abbiamo persino una desinenza dell’imperfetto indicativo in –ea («facea»). Ebbene, tutti sanno che il senario doppio è il verso del primo coro dell’Adelchi, e la reminiscenza del suo esordio è trasparente: «Compagni, dai campi e dalle officine» ricalca nella sintassi (ma anche nel contenuto, giacché il soggetto è in Manzoni il «volgo disperso» che «si desta») il primo verso del coro «Dagli atri muscosi, dai fori cadenti» e vi aggiunge una suggestione del secondo, trasformando le «arse fucine stridenti» nel più semplice, e un po’ striminzito, «officine». La parola, peraltro, rimane non rimata; rima invece il secondo verso con il terzo: «prendete la falce, portate il martello, / scendete giù in piazza, picchiate con quello»; la falce resta inutilizzata, ma tutto il peso metaforico è portato sullo scendere in piazza, che ritorna anaforicamente nel quarto verso «scendete giù in piazza, affossate il sistema». Il sistema è naturalmente, come per chiunque allora era sottinteso, il sistema capitalistico.

La strofa successiva riprende un luogo comune della rivolta giovanile: che la pace invocata dalla gente perbene, ossia dalla borghesia, non fosse che pretesto a fare i propri comodi e continuare nello sfruttamento del proletariato. Per i nati dopo la guerra la pace non era un valore in sé, per essi era naturale che non cadessero bombe e che ci si potesse muovere liberamente senza rischiare la vita o la deportazione. La pace per loro non poteva essere che la pace sociale, e la guerra che le dichiaravano era pure una guerra sociale: «Ma se questo è il prezzo, vogliamo la guerra» (con la rima poco felice «vogliamo vedervi finir sotto terra»). Il senso, soprattutto dei due versi successivi («ma se questo è il prezzo, l’abbiamo pagato: / nessuno più al mondo dev’essere sfruttato»), non è chiarissimo: se nel primo caso il prezzo da pagare per liberarsi dalla borghesia e dallo sfruttamento è la guerra, nel secondo si dice invece «l’abbiamo pagato», e il prezzo non può dunque riferirsi alla guerra ancora da fare: l’unico senso possibile (al di fuori di quello imposto dalla ricerca della rima) è questo: abbiamo pagato il prezzo dello sfruttamento, siamo stati sfruttati, ora nessuno deve esserlo più e per questo vi facciamo la guerra.

Nella strofa successiva che si aggiunge al ritornello – la sola che riesca ad avere tutt’e tre le rime baciate – la guerra sociale assume contorni più definiti, ma questi sono ancora una volta ricalcati sul passato, per quanto un passato recente. «Se il vento fischiava, ora fischia più forte» rinvia infatti a una canzone dei partigiani comunisti durante la Resistenza (Fischia il vento), i quali o il partito dei quali vengono però accusati di aver tradito la causa. La mitologia della Resistenza come guerra di popolo rivoluzionaria (ma che in realtà non fu né di popolo né rivoluzionaria, come non lo era stato il Risorgimento) operò potentemente per tutti gli anni successivi al 1968; alcuni gruppi terroristici, dai GAP alle Brigate Rosse,12 vi si ispirarono anche nel nome.

Il solo riferimento a un presente reale, in questo inno, è l’accenno al «libero amore» praticato dagli operai nella fabbrica occupata; ma si trattava semplicemente di un trasferimento immaginario dalle occupazioni studentesche delle università alla realtà ignota o mal nota, alacremente fantasticata, della fabbrica.

  1. Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino 1989 e 2006, p. 408.
  2. Lavoro Politico, n. 2, novembre 1967. Parzialmente consultabile online su: www.bibliotecamarxista.org/soccorso%20rosso/capitolo%202.htm.
  3. Raymond Aron, L’opium des intellectuels [1955], Hachette, Paris 2002, p. 46.
  4. Lavoro Politico cit.
  5. Compreso il sesso con i bambini consenzienti: Daniel Cohn-Bendit si è di recente scusato di averlo posto tra le sue rivendicazioni nel ’68; una minoranza di verdi tedeschi ne chiedeva la legalizzazione ancora nei primi anni ’80.
  6. Paul Ginsborg, op. cit., p. 434.
  7. «...wo Jeder nicht einen ausschließlichen Kreis der Tätigkeit hat, sondern sich in jedem beliebigen Zweige ausbilden kann, die Gesellschaft die allgemeine Produktion regelt und mir eben dadurch möglich macht, heute dies, morgen jenes zu tun, morgens zu jagen, nachmittags zu fischen, abends Viehzucht zu treiben, nach dem Essen zu kritisieren, wie ich gerade Lust habe» (Die deutsche Ideologie, Einleitung, in Marx – Engels, Werke, Institut für Marxismus-Leninismus, Dietz Verlag, Berlin 1978, p. 33).
  8. Robert Lumley, States of Emergency: Cultures of Revolt in Italy from 1968 to 1978, Verso, London 1990, p. 68 (tr. it. Dal Sessantotto agli anni di piombo, Giunti, Firenze 1998, pp. 82–3).
  9. Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa venne assassinato a Palermo il 3 settembre 1982.
  10. Cesare De Marchi, Nove storie storiche, Il Saggiatore, Milano 2013, pp. 143–155.
  11. Contessa, di Paolo Pietrangeli. Eccone il testo completo: «Che roba, contessa, all’industria di Aldo / Han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti, / Volevano avere i salari aumentati, / Gridavano, pensi, di essere sfruttati; / E quando è arrivata la polizia / Quei quattro straccioni han gridato più forte, / Di sangue han sporcato il cortile e le porte: / Chissà quanto tempo ci vorrà per pulire. // Compagni dai capi e dalle officine / Prendete la falce e portate il martello, / Scendete giù in piazza, picchiate con quello, / Scendete giù in piazza, affossate il sistema. / Voi gente per bene che pace cercate, / La pace per far quello che voi volete, / Ma se questo è il prezzo, vogliamo la guerra, / Vogliamo vedervi finir sottoterra; / Ma se questo è il prezzo, lo abbiamo pagato, / Nessuno più al mondo dev’essere sfruttato. // Sapesse contessa, che cosa m’ha detto / Un caro parente dell'occupazione: / Che quella gentaglia rinchiusa lì dentro / Di libero amore facea professione. / Del resto, mia cara, di che si stupisce? / Anche l’operaio vuole il figlio dottore, / E pensi che ambiente ne può venir fuori. / Non c’è più morale, contessa. // Se il vento fischiava ora fischia più forte, / Le idee di rivolta non sono mai morte; / Se c’è chi lo afferma, non state a sentire, / È uno che vuole soltanto tradire; / Se c’è chi lo afferma sputategli addosso, / La bandiera rossa ha gettato in un fosso. / Voi gente per bene che pace cercate, / La pace per far quello che voi volete, / Ma se questo è il prezzo, vogliamo la guerra, / Vogliamo vedervi finir sottoterra; / Ma se questo è il prezzo, lo abbiamo pagato, / Nessuno più al mondo dev’essere sfruttato.»
  12. I Gruppi Armati Proletari si richiamavano ai Gruppi di Azione Patriottica, Le Brigate Rosse alla Brigata Garibaldi.