1. Libri utili, libri eruditi
È noto che il nome di Angelo Maria Ricci (Firenze, 1688–1767),1 2 più che a particolari questioni filologico-interpretative, resti legato a un profilo magisteriale: chiamato nel 1729 come successore di Anton Maria Salvini, egli ricoperse per molti anni la carica di lettore di lettere greche nello Studio fiorentino, mantenendo intatta la propria visione di studioso entro il solco dell’erudizione e, allo stesso modo, saldi i rapporti con istituzioni e personalità del tempo. Una parte della sua bibliografia, del resto, concorre a consolidarne il profilo di maestro, tanto riconoscibile quanto da lui stesso rivendicato («ad meorum praecipue discipulorum utilitatem […] scripsi, quibus multa latius explicanda quae doctioribus fortasse sint nota»)3 . Che si tratti di tenere qualche orazione accademica (le sedute di Cruscanti e Apatisti, che portarono a testi come Della necessità e facilità della lingua greca o i Ragionamenti omerici)4 , che serva invece provvedere all’allestimento di pubblicazioni in volume, l’impegno di Ricci trova una giustificazione pressoché esclusiva proprio nella funzione didattica, combinando libri di taglio più tradizionale (le Regole fondamentali della grammatica latina pei giovanetti,5 le famose Dissertationes homericae) a forme di mediazione che cercano di farsi più affabili e adatte a un pubblico vieppiù allargato, come accade con le prove di traduzione esercitate su Esopo e sulla Batracomiomachia6 – non avare affatto di spunti che si aggettano bene sulle tematiche cui il dibattito settecentesco è sensibilissimo (riflessione sullo statuto e sulla storia della metrica, teoria e tecnica del tradurre, pubblica utilità della poesia).
Si tratta di un aspetto difficilmente trascurabile, soprattutto qualora si voglia recuperare il valore che Ricci riconosce alla propria carica di professore. Se non proprio una spinta militante nel senso più illuministico del termine (che pare un po’ fuori misura), almeno un’impronta etica e memoriale.7
Questo dato fra l’altro aiuterebbe anche a inquadrare meglio certi giudizi degli specialisti, soprattutto laddove la figura di Ricci è stata chiamata a rispondere entro l’alveo degli studi sulla poesia omerica (ambito a cui rimase legato, effettivamente, da una lunga fedeltà). Non tanto per inserirlo a forza nel novero degli omeristi più celebri e influenti, quanto piuttosto per capire quali sono i suoi debiti con una precisa concezione della propria qualifica professionale e con la Firenze della Reggenza. Da un lato, insomma, è piuttosto semplice vedere che, per assiduo e convinto che sia stato il suo studio di Omero («fons omnium poëtarum» e «totius antiquitatis omniumque doctrinarum parens»)8 , per insistita che fosse la sua ricorrenza negli impegni accademici e nelle opere a stampa (i Ragionamenti, i tre volumi delle Dissertationes), questa sua produzione rimane attratta da fini apologetici ed eruditi (e non per esempio da quelli di un lettore-filologo, aperto alla nascente questione omerica)9 ; dall’altro, tuttavia, lo è altrettanto vedervi gli interrogativi tipici della Firenze erudita del suo tempo: ricerca di metodologie che favoriscano diffusione e continuità nello studio del greco,10 interrogativi storico-antiquari, scavi di respiro culturale e storiografico volti ad affermare il valore obiettivo del testo omerico quale traccia archeo-linguistica della civiltà antica.11
2. «Ragionare» su Omero e sui classici: insegnare è tradurre
Il testo, l’autore, la sua poetica, arretrano allora nella scrittura di Ricci perché è questo che richiede il loro impiego nella didattica della lingua greca. Ma non basta: al profilo ideale del professore di lingua si addice anche la buona pratica del tradurre, da inquadrarsi entro criteri di valutazione che vanno sotto il nome di utilità (generalmente intesa come pubblica) e di finalità didattico-pedagogica; dopotutto, dichiara ad esempio Ricci nel 1737, la sua traduzione delle favole esopiche «giova sperare che debba essere utile a tutti, cioè sì a quelli che studiano la lingua greca sì a quelli che lontani sono da questo studio»12 . Non sono forse tutti questi elementi a spiegare la necessità di difendere la tradizione dello Studio fiorentino, il cui ruolo educativo sembra essere capitale, dacché «per maiores […] in magna temporum caligine graeca lingua in hac urbe revixerit»?13 E non è forse vero che, come afferma in uno dei discorsi recitati all’Accademia della Crusca, se «la presente età non ha motivo d’invidiare i tempi del Filelfo e del Poliziano […] imperocché siffattamente è cresciuto al dì d’oggi il numero degli studiosi della lingua greca», va pur riconosciuto che le lezioni d’eloquenza continuano a tenersi nello Studio fiorentino, richiamando anche uditori da città estere, perché da parte di Ricci e dei suoi predecessori si è adoperata coscientemente e ragionatamente «ogn’industria […] per promuovere lo studio greco»?14 Con la presenza, fra tali «industrie», delle traduzioni?
L’idea di una scrittura utile (che è anche e soprattutto quella di un’editoria che lo sia altrettanto) è difatti in sé molto cara a Ricci, che non manca di farvi cenno persino quando si rivolge a un pubblico fortemente istituzionalizzato e complice: accade nel presentare qualche volumetto agli occhi esigenti di Giovanni Lami, per esempio;15 accade anche nel recitare al cospetto dei cruscanti, dunque tra sodali, i suoi Ragionamenti omerici. E proprio i Ragionamenti, che sono di data più tarda rispetto alle pubblicazioni didattiche di Ricci (vengono ideati a partire dal 1743/1744), possono costituire un buon avvio per il nostro discorso: offrono un punto d’osservazione che è insieme ‹interno› e maturo e trasversale; ma chiariscono anche su quali principi dovesse esser fondato l’atteggiamento con cui Ricci si era avvicinato a progetti editoriali di materia e finalità tendenzialmente eterogenee.16
Rispetto alle lezioni tenute allo Studio e trascritte nelle Dissertationes, o rispetto alle stesse traduzioni, il contesto diverso e i referenti più colti non cambiano di troppo, è vero, le abitudini di Ricci, il quale nei Ragionamenti continua a considerare un pre-testo il greco di Omero e a indugiare su percorsi eruditi, correndo o sorvolando obliquamente fra i versi: è così che vi figurano esposizioni a tema più tradizionale (VI. «Dell’epiteto κυδιάνειρα dato da Omero all’assemblea», cc. 30r–47r), dissertazioni comparatistiche quasi à la page per il tempo (XIII. «Parallelo d’Ulisse e del czar Pietro, e se l’esercizio dell’arti meccaniche s’abbia a riputar vile», cc. 149r–164r) e lezioni che sembrano piccoli e ricercati cataloghi eruditi, quadretti nati per amore di micro-collezioni di curiosità (si pensi agli ultimi due: «Sopra alquante cosette che sembrano incredibili», cc. 395r–406r; «Sopra gli orivoli», e cioè gli orologi, cc. 408r–422r). Quel ch’è però importante notare è l’attitudine con cui Ricci avvicina (e giustifica) uno sforzo di mediazione costante col suo pubblico. È un’esigenza che lavora sotterranea nella sua coscienza e lo pone su un crinale, a contatto sia col passato (la tradizione letteraria, il modello del maestro, il contesto conservativo dell’Accademia) sia col futuro prossimo, rappresentato dalla domanda potenziale di destinatari che possono essere, oramai in età moderna, abbastanza differenziati per età, per estrazione sociale e per disponibilità di mezzi. Ed è nei loro confronti che proprio la traduzione spicca come elemento chiave per la conoscenza della lingua o del portato etico e formativo dell’antichità classica; nonché come prodotto letterario che potrebbe aspirare a una sua autonomia estetica, oltre che editoriale.
Guarda più degli altri in questa direzione il n. XV dei Ragionamenti, intitolato «Su Filelfo, Poliziano, Vettori e Salvini» (BML, ms. Laur. Ashb. 655, cc. 182r–203r)17 , un testo in cui la retorica d’occasione – evidentissima, nello stile – si serve dei quattro eruditi e docenti dello Studio per descrivere il profilo ideale del professore di lingue classiche:
Egli è un gran tempo, nobilissimo arciconsolo, accademici virtuosissimi, da che meco medesimo son’ito meditando di scrivere la storia di tutti coloro che con pubblica autorità hanno in Firenze le lettere greche insegnate. Ma la grandissima difficoltà di trovare e raccogliere le notizie d’ognuno non m’ha permesso d’effettuare un tal disegno […] quindi è che ho risoluto di ragionare intorno a quattro di essi, che i più celebri e rinomati sono, cioè di Francesco Filelfo, d’Angiolo Poliziano, di Pier Vettori e d’Anton Maria Salvini.18
Il profilo del docente è quello di un erudito che spicca come mediatore di conoscenze e di metodo ma che, suggerirà la stessa orazione, è o dev’essere capace di rivendicare a sé stesso la cura di uno stile elegante e la libertà di contaminarsi coi connotati tipici di un autore tout court (soprattutto, con quelli di un poeta). È un’operazione a metà fra auto-apologia, ambizioni proto-storiografiche e valutazioni di taglio letterario,19 cose queste ultime che certamente non spettò a Ricci cominciare a risolvere in via definitiva, tantomeno con la prosa occasionale dei Ragionamenti omerici; ma è anche un’operazione coerente con l’attitudine mentale con cui gli uomini del Settecento guardano all’Umanesimo, a quell’età immediatamente successiva all’intervallum medioevale che dà loro occasione di ri-definire ascendenza e senso della propria dimensione di ‹moderni›.20
Dei quattro autori che figurano nel titolo, sono certamente Poliziano e Salvini a ricoprire un ruolo di prim’ordine, sebbene il Vettori arretri di poco e, anzi, gareggi col primo per stare al passo dell’amatissimo maestro, campione di virtù morali e intellettuali (Vettori e Salvini sono «esemplari chiarissimi di modestia e distaccamento dall’interesse», mentre a Poliziano non può essere riconosciuta l’umiltà)21 . È tuttavia soprattutto fra Poliziano e Salvini – i soli ad aver messo mano a traduzioni letterarie esemplate su Omero – che si crea una particolare consonanza di profilo, quasi fossero lati diversi di uno stesso medaglione. Entrambi, infatti, posseggono agli occhi di Ricci (loro erede ideale) i requisiti essenziali, e irrinunciabili, per garantire la qualità dell’insegnamento della lingua greca a Firenze. Se Poliziano (o, come sostiene Vincenzo Fera, «la leggenda di Poliziano»)22 divenne celebre «colla sublimità dell’ingegno, coll’acutezza del giudizio, col possesso d’una solida erudizione non meno ampia che scelta, colla cognizion delle lingue e col vanto d’uno stile netto, leggiadro, brillante»,23 per Salvini spiccano doti equivalenti, che Ricci si dedica volentieri a rievocare con particolare – e comprensibile – trasporto di penna:
Sieno pure agli altri le lingue oceani senza fondo, e spezialmente la greca, ma egli potette e rinvenir questo fondo e scandagliarlo e con man toccarlo e sottilmente a suo talento scrutinarlo. Laonde non incontrava alcun nodo nella lettura degli scrittori più scabrosi, che tosto non isciogliesse, né alcuna difficoltà così forte ed ardua, che qualunque insuperabile ad altrui egli agevolmente non vincesse.24
Con l’avvertenza, tuttavia, che a questa competenza pressoché inavvicinabile, cui fa da esito naturale la sensibilità per l’opera di Omero (il «quanto l’avesse a cuore»)25 , debba seguire una qualche variegata forma di trasmissione (che è già di per sé una traduzione):
[…] il [suo] maggior merito […] fu l’inculcare al continuo lo studio colla viva voce a’ suoi scolari, invitandogli a dichiararlo [scil. Omero] sotto la sua scorta e mostrando loro in simile maniera il pregio e la bellezza incredibile di quella incomparabile poesia. 26
Perché appunto «il Salvini mostrò quanto gli fosse a cuore Omero con aver tradotto in verso sciolto i suoi poemi nella nostra volgar favella».27 Ed è proprio su Omero e sulla sua traduzione che il ragionamento sposta il baricentro del discorso, non solo per scusarne la recita,28 bensì come reagendo al graduale cambiamento dei tempi: ancora lontani i progetti di riforma e riordino delle pratiche di istruzione (risalgono a episodi politici successivi a questa particolare esperienza di Ricci e del gruppo erudito fiorentino), è comunque importante dimostrare che il prestigio degli uomini dello Studio passa, necessariamente, da un’azione che sappia definirsi, oltre che equilibratamente conservativa quanto alla qualità dell’insegnamento, anche e soprattutto capace di mediare opportuni valori (morali e di gusto) a un pubblico oramai sempre più differenziato, in cui emergono i tratti del dibattito estetico internazionale e crescono partecipazione e richieste della componente laica della società.29
2.1 Le traduzioni utili: fra scuola e Parnaso
Ora, com’è noto, in tema di traduzioni, nel Settecento ricorrono quelli che potremmo definire degli ‹interrogativi-costante›, e cioè elementi sui quali vertono grossomodo tutte le diverse scuole di pensiero e le diverse opinioni che si sono avvicendate (per continuità o per dissenso) nel corso del tempo. Si tratti di affrontare il problema su un piano squisitamente teorico, si tratti di ridiscutere le politiche di formazione e sviluppo dell’opinione pubblica o si voglia inglobare il quesito all’interno di riflessioni o polemiche di respiro più ampio (come la stessa querelle des Anciens et des Modernes), il XVIII secolo ha compulsato lungamente il problema, consapevole di muoversi sul confine tra responsabilità civile dell’editoria30 e interrogativi di taglio anche filosofico sulla natura dei sistemi comunicativi. Chiedersi in cosa consista una buona (vera) traduzione è domanda che coinvolge infatti elementi tanto profondamente radicati nel sistema delle lingue e in quelle che chiamiamo oggi funzioni linguistiche, da obbligare lo scrittore a un ripensamento complessivo della propria collocazione storica, culturale e, diremmo, filosofica; perché il rischio di una comunicazione inefficace comporta lavorare criticamente sulla materia e sulla memoria poetico-culturale (privata e collettiva), mettendone in discussione il potenziale eidetico, sintattico, dunque, estetico. Ragion per cui si vanno a scomodare interrogativi d’ordine ben più generale, rispetto alla trasposizione di un Virgilio o di un Addison, come quelli che ruotano attorno al genio delle lingue, al conflitto di titolarità testuale fra autore e traduttore, ai loro rispettivi (e storicizzati) micro-sistemi gnoseo-estetici, alla definizione stessa di cosa vada inteso come «testo», soprattutto se «poetico».31
Ricci, che proprio in quegli stessi anni traduce (Plutarco e la patristica,32 Esopo, lo pseudo-Omero, qualche brano dai poemi maggiori) e disquisisce di tecniche e finalità delle traduzioni (nei paratesti delle sue versioni, nei discorsi accademici), va dunque considerato parte di questo dibattito e parimenti bisogna fare con la sua posizione teorica. Potrà apparire meno calcata rispetto ad altri scrittori – Maffei, Salvini, Pope, Voltaire … –, potrà essere necessario recuperarla attraverso una lettura rapsodica, che saldi luoghi diversi delle sue scritture pubbliche e d’impegno didattico:33 eppure, sbocca a sua volta nel tentativo di giustificare l’esistenza e l’utilità delle traduzioni, azzarda forse anche una critica al modello del maestro tanto affettuosamente compianto, Salvini, e ricorre a un codice argomentativo condiviso coi contemporanei, aperto e sensibile alle suggestioni più diverse (l’opposizione prosa/poesia, la differenza tra versione e parafrasi, posizioni anti-omeriche,34 concezioni assimilabili a una solida tradizione filosofico-letteraria, come potrebbe essere quella tempo prima teorizzata dai Giansenisti di Port-Royal).35
La ‹formula-Ricci›, a volerla sintetizzare, verte a nostro avviso su tre punti essenziali:
- convergenza sul valore transitorio dell’oggetto-traduzione, inteso per «uso» e «comodo» del pubblico;
- settorializzazione dell’oggetto-traduzione, ossia distinzione per finalità e per livelli, sua costruzione su misura del docente-traduttore e del pubblico-referente;
- rettifica dei rapporti tradizionali fra genere e forma, in favore di un medium flessibile e quanto più mimetico rispetto al cosiddetto ‹sentimento› dell’autore o del testo da trasmettere.
Quanto al primo punto, si può serenamente affermare che Ricci si allinea all’opinione comune – con l’aggiunta però di un’abbozzata s-valutazione dell’esperienza del suo maestro, Anton Maria Salvini. Se partiamo dal ragionamento, vediamo ad esempio che la storia delle traduzioni omeriche, in particolare prima dell’età di Salvini, è stata costellata soltanto di imprese fallimentari, complici talvolta la malafede o la superbia del traduttore e talaltra una certa intima sordità alle ragioni tonali, sintattico-stilistiche, metriche, delle lingue coinvolte – aspetto, questo, squisitamente settecentesco, e che a Ricci importa riprendere a giustificazione delle proprie, di versioni.
[…] il Salvini – precisa il ragionamento – mostrò quanto gli fosse a cuore Omero con aver tradotto in verso sciolto i suoi poemi nella nostra volgar favella, nella qual traduzione stando attaccato alla lettera presentò agli studiosi, per l’intelligenza del testo greco, un sussidio più aggradevole delle verbali traduzioni latine, ruvide, aspre e rincrescevoli.36
Per breve che sia, il passaggio cerca di assommare negli endecasillabi di Salvini i pregi migliori di un lettore colto di Omero, dacché vi sono preservati, a parere di Ricci, tutti quegli elementi e lessicali e retorici che sono riconducibili al testo originale («Ea siquidem eiusce versionis praecipua laus est, ut qua licuit elegantia graeca Homeri verba totidem ferme etruscis verbis eodem reddita sint» avevano sostenuto le Dissertationes37 . Eppure, anche la prova di Salvini, apparentemente così corretta (precisa, puntuale), oltre che «aggradevole» e utile all’«intelligenza» del testo, sembra brillare in controluce, anzi va forse riletta appena appena al ribasso, giusto di quel poco che permette a Ricci di circoscriverne l’effetto (l’utilità) alla sua destinazione settoriale o specialistica. In una qualche misura sembra quasi che Ricci ridefinisca per difetto gli spazi della traduzione salviniana, appiattendola sulla dimensione di mero strumento («sussidio»), adatto alla sola competenza didattica o erudita. Salvini, «stando attaccato alla lettera» di Omero, e nonostante la convinzione di proporre al pubblico «non l’opera stessa partorita dall’autore, ma una traduzione fatta per comodo e uso di chi non ha avuto la sorte d’imparar quella lingua in cui l’opera è scritta»,38 in realtà lavora a forza di calchi linguistici, che aggravano tutta l’insufficienza intellettuale di un testo tradotto: Ricci vi rinviene la direzionalità limitata, con l’esclusione dal vero ‹sapere› (i «fonti veri, originali e pienissimi della sapienza»39 ) di larghe schiere di pubblico, quelle che, a differenza dei propositi di Salvini, non sono composte dai lettori-«studiosi» e che non hanno un’«intelligenza» delle cose di cultura e di lingua tali da compensare ammanchi inevitabili. Così, e lo dice chiaro il testo, si esprime nel ragionamento, ma così si era esposto anche il Ricci delle Dissertationes di qualche anno prima:
[…] quam versionem etsi graecae linguae studiosis quam maxime utilem iisdemque non iniucundam atque illepidam commendamus, attamen omnino probari non posse dolemus iis, qui graece imperiti eam perlegunt; non enim valent intelligere quantum vir ille maximus laboraverit, dum Homericis vestigiis insistendo etruscam ederet interpretationem.40
Con questo rammarico (forse un po’ paternalistico ma comunque diffuso, anche fra intellettuali che appartengono a generazioni distanti: si pensi a Muratori, ancora a D’Alembert)41 per parte sua Ricci scende facilmente a patti. È più un’incrinatura apparente; soprattutto, è così che appare se si comincia a considerare l’ipotesi di una presa di distanza dalla versione-«sussidio» di Salvini.
In primo luogo, bisogna ricordare che in questo Ricci resta fedele al proprio ruolo. Parla pro domo sua: è il suo ruolo di docente a incalzarlo rispetto al testo omerico o a qualsiasi altro, determinandogli aspettative intellettuali che non sono paragonabili a quelle di un lettore comune o semi-colto (lo stesso a cui Salvini, abbiamo visto, dice di riferirsi); e questo comporta, semplicemente, che il suo discorso non possa non ribadire un’idea semplice, addirittura ordinaria, e cioè che qualsiasi traduzione, anche accolta nel canone (quello che era accaduto al Caro dell’Eneide), obbliga il lettore a un compromesso e a un’approssimazione, è una «fax, quae studiosis adolescentibus propter imperitiam principio versantibus in tenebris viam apert»42 e che, infine, ha una propria ragion d’essere solo qualora, sempre nella prospettiva dello Studio, venga superata dalla conoscenza diretta delle lingue. E, se questa posizione appare più conservativa di quella di Salvini, si deve proprio a una divergenza di interessi o, meglio, di priorità, che nel primo erano sinceramente aperte all’idea di sfruttare la traduzione come un’occasione di incremento e affinamento lessicale-sintattico e che in Ricci, semplicemente, non prendono mai questa direzione.43
Infatti, tutto ciò non gli impedisce di considerare le traduzioni prodotti editoriali cui riconoscere un credito particolare (il ragionamento stesso o le varie affermazioni sul ‹come› tradurre, disseminate qua e là nei volumi, perderebbero irrimediabilmente di senso e valore, altrimenti). Basta in questo caso soltanto differenziare, per come Ricci suggerisce, tra esigenze specialistiche (tipiche dello studio) e aspirazioni invece estetiche e divulgative. Solo in questo modo le versioni possono aspirare a una loro stabilità di forma e statuto, e cioè diventare prodotti editoriali semi-autonomi, frutto di operazioni letterarie o pseudo-autoriali, in cui il ‹succo› dell’opera e i suoi più essenziali connotati – quelli, vedremo, che sono peraltro i più fecondi ai fini di un’azione didattica ad ampio raggio – possano circolare in uno spazio apposito, uno spazio entro cui muoversi senza soffrire il peso incombente del debito con l’originale. Il che forse, con uno slittamento semantico di cui Ricci si cura con una certa serenità, è anche quanto avrebbe portato lui a separarsi da Salvini e i recensori delle sue traduzioni a tacciarle di essere piuttosto ‹parafrasi›: «traduzioni ampliate» o «interpretazioni d’un autore», che ad alcuni (Lami su tutti) parvero stigmatizzabili proprio per la disinvoltura dimostrata nell’interpretarne forma e destinazione.44
È ancora una volta il ragionamento a garantirci la giusta distanza d’osservazione.
Dalla discussione e dal necessario parallelo con Salvini e con sé stesso, va detto subito, restano essenzialmente esclusi Filelfo e Vettori. Per quest’ultimo Ricci può ricordare un’alacre attività di promotore dello studio del greco, ma non un impegno omerico,45 mentre nel caso di Filelfo il discorso è destinato a troncarsi sul nascere a causa di una frattura deontologica nettissima, dovuta a un moto d’insofferenza e sconcerto di fronte al volontario sabotaggio delle sue versioni (in latino), commissionategli da papa Niccolò V: una volta morto il finanziatore dell’impresa omerica, infatti, il Filelfo, «avido del guadagno», abbandonò il progetto, dedicandosi ad altre – per Ricci, discutibilissime – attività di traduzione.
Della qual cosa confesso che, quando la lessi, ne restai scandalizzato non poco; poiché quella premura che mostrata aveva il papa per promuovere lo studio d’Omero doveva molto più averla di per sé il Filelfo, e conoscere che non poteva impiegar meglio i suoi studi e le sue fatiche che in tradurre quella divina poesia, particolarmente avendo messo mano a tradurre altri scritti greci. Egli fu senza dubbio grecista sommo, ma l’adattarsi a tradurre Omero come mercenario, e non tradurlo poi per propria elezione perché gli manco il soldo promessogli, mi fa nascer qualche sospetto che nel giudicare degli scrittori non avesse un ottimo discernimento.46
Lacuna colpevole che tuttavia non gli risparmia altri giudizi severi: non soltanto nelle versioni da Plutarco e Senofonte Filelfo dissemina delle «sviste» (come irregolari e difettosi sono poi riconosciuti i suoi versi), ma in generale per Ricci è «poco fedele nel tradurre, […] alquanto intrigato ed oscuro».47 Niente di meno raccomandabile, in genere, per un autore; e, soprattutto, per uno che avrebbe anche l’onere di trasmettere le sue conoscenze, di avvicinare i giovani al mondo sublime della classicità e del sapere.
L’interlocutore ideale resta allora il Poliziano, campione dell’erudizione e della cultura quattrocentesca. Garante di un lignaggio esemplare che arriva fino al Settecento, per lui Ricci profonde infatti un impegno retorico alquanto più ricercato, che ricade persino sullo stato redazionale della prosa del manoscritto laurenziano, la cui stesura è in effetti più stratificata e lavorata, perché viene passata al vaglio di una revisione che sembra rispondere all’esigenza di definire meglio la figura di un autore così stimato – e, naturalmente, che risulta funzionale al discorso sulla tecnica del tradurre. Cassando, infatti, un paragrafo abbastanza sbrigativo (ed errato), sostituendovi una cartula incollata e ricavata da materiale di riciclo,48 Ricci provvede a comporre una pagina quasi esaltante, che predispone l’ascoltatore al giudizio (metrico, stilistico, socio-editoriale e pedagogico) che sarà a poca distanza dedicato a Salvini:
Assai più di lui [scil. di Filelfo] omerico si mostrò il Poliziano, poiché, per far concepire agli studiosi un’altissima stima del sommo poeta, scrisse quel nobilissimo ragionamento intitolato Panepistemon, dimostrando che le scienze, l’arti e le più belle ed utili dottrinali cognizioni da Omero traggono tutte quante l’origine.
Per anco aveva cominciata nell’adolescenza, mecenate Lorenzo de’ Medici, una traduzione d’Omero in versi latini; sopra di che piacemi arrecarvi una bella testimonianza del Ficino, che si legge nell’epistola ch’egli scrisse al suddetto Lorenzo. «Nutris domi Homericum illum adolescentem Angelum Politianum, qui graecam Homeri personam latinis coloribus exprimat. Exprimit iam atque id quod mirum est ita tenera aetate ita exprimit ut nisi quivis graecum fuisse Homerum noverit dubitaturus sit e duobus uter naturalis sit et uter pictus Homerus». Ma questa traduzione, poi, checché ne sia la cagione, non la compié, né, ch’io sappia, alcun saggio alla posterità lasciò. Una tale impresa di tradurre tutt’Omero in versi eleganti latini era troppo malagevole per tirarsi a fine, incontrandosi tratto tratto certe espressioni e descrizioni le quali, tuttoché sieno leggiadre, nobili e decorose nel verso omerico per la felicità del greco idioma, non sembra esser valida la poesia latina ad esporle con pari eleganza, dignità e decoro.49
Quel che risalta quasi immediatamente è che le difficoltà riscontrate da Poliziano sembrano ricalcare in negativo quanto è invece il punto di forza della traduzione salviniana (garbo stilistico e facilità del metro – dacché gli sciolti, nel Settecento, sono garanzia di libertà ritmico-retorica e vengono sostanzialmente istituzionalizzati); tuttavia, è ancora più interessante che in questo passaggio Ricci decida di concedersi un affondo ulteriore, che sposta subito l’attenzione sulle componenti estetiche del testo e spinge sullo scarto qualitativo fra versione letterale e (semi)interpretativa, che nell’insieme suona così:
Una tale impresa di tradurre tutt’Omero in versi eleganti latini era troppo malagevole per tirarsi a fine, incontrandosi tratto tratto certe espressioni e descrizioni le quali, tuttoché sieno leggiadre, nobili e decorose nel verso omerico per la felicità del greco idioma, non sembra esser valida la poesia latina ad esporle con pari eleganza, dignità e decoro.
Secondo me, il tradurre Omero in prosa, non barbaramente parola per parola, ma con una certa eleganza unita alla fedeltà de’ sentimenti, in quella guisa che in prosa francese lo tradusse Madame Dacier, sarebbe il pregio dell’opera, e così dovea fare il Filelfo, e forse anche il Poliziano, che ne sarebbe venuto felicemente a capo. Alcun saggio di simil traduzione lavorato da me ed inserito nelle mie latine Dissertazioni sembra essere stato non senza gradimento ricevuto.50
In questi passaggi del ragionamento, che si muove pericolosamente anche sul crinale dell’anti-salvinismo e delle sue traduzioni-«sussidio», Ricci cerca un contrappeso soddisfacente all’impiego scolastico del testo, e va probabilmente anche ad alleggerire il tradizionale ossequio della lingua greca, tante altre volte invece ribadito e difeso (cfr. la prefazione alla sua Batracomiomachia51 , i ragionamenti XV, XXIII e XXV52 ).
Infatti, dal rischio di incorrere in una traduzione sconveniente (o perché letterale o perché incompatibili sono le sensibilità linguistico-letterarie coinvolte), resta escluso proprio l’italiano – ma non per forza quello di Salvini, su cui Ricci glissa abilmente. Omero compone infatti una poesia che può dirsi tale perché, ci spiega il ragionamento, è fatta di «espressioni leggiadre, nobili e decorose», perché ha un dettato capace di «eleganza, dignità e decoro» (un insieme di lepos e gravitas, senza dimenticare il graviniano πρέπον, dal valore trasversale) e si regge su un génie poétique ch’è insito nelle strutture linguistiche e nelle forme di rappresentazione o suggestione eidetica che gli sono proprie, sfociando appunto nella «facilità [scil. alla poesia]»; ma questi sono tutti elementi a cui Ricci oppone quella rigidità espressiva e grammaticale che emerge o nel latino (e lo insegnava già Orazio)53 o nel francese riformato del Grand Siècle, non certo nella lingua italiana, che non viene nemmeno nominata ed è come garantita a priori dalla sua celebre duttilità fono-semantica. Lo insegnava la ormai proverbiale ‹regola Lesbia› individuata da Salvini, secondo cui,
[…] la nostra italiana e toscana e volgar lingua, comunque uno ami di nominarla, è come cera cedente ad ogni figura che in lei si piaccia d’imprimere: ne viene in somma come un vuole; è come la regola Lesbia: s’adatta alle cose.54
Regola che sembra tuttavia essere piuttosto estranea anche agli endecasillabi «utili» e «ausiliari» (letterali, calcografici, di impiego pratico-didattico, per Ricci) del maestro Salvini,55 oltre che alla gran parte dei sistemi linguistici moderni,56 come anche tanti altri, fra traduttori, storiografi o critici delle lettere, in quel tempo, corrono a sottolineare – difficile non rintracciare, oltre alla ricerca di «fedeltà» ai «sentimenti» del testo, nel latino «ruvido, aspro e rincrescevole» la stessa estraneità al quid poetico di un francese disarmonico, monotono, paratattico, per come lamentato da Fénelon, Voltaire o D’Alembert.57
L’osservazione sull’uso di una prosa cosiddetta elegante però, oltre ad accattivarsi l’attenzione degli ascoltatori con l’accenno al dissenso estetico rispetto alla politica dell’Académie Française (il caso di Mme Dacier, appunto, tematicamente più aderente del già ricordato Fénelon, la cui prosa poetica resta un modello tanto fortunato sul piano della critica al Télémaque quanto isolato su quello letterario, imitativo), tocca aspetti tecnici dal preciso impatto teorico: ne sono segno, anzitutto, i debiti ambigui con le osservazioni salviniane, quindi gli agganci possibili col dibattito sulla metrica post-classica58 e con l’ipotetico interscambio tra forme del testo tradizionalmente ritenute antitetiche (prosa, poesia).
2.2 Il banco di prova: tradurre o comporre?
A leggere più da vicino la filigrana dei ragionamenti e i libri tradotti da Ricci, ci troviamo proprio di fronte al travalicamento di questo limite formale, nonché a un possibile allontanamento etico-stilistico dalla ‹soluzione› individuata dal maestro Salvini.
Il passaggio è garantito, proprio nelle strutture essenziali e, potremmo dire, al momento della prima concezione dell’impresa, da un presupposto etico: senza di esso, il valore artistico dell’operazione sarebbe davvero troppo fragile, esattamente come troppo esposta sarebbe la reputazione del letterato (per di più docente) che vi pone mano. Bisogna dunque che Ricci, nel suo discorso, si assicuri di scegliere testi e occasioni di versione che supportino la deontologia e la necessità di una traduzione; questo dovrebbe permettere al gradiente estetico-formale (il più adatto a conformarsi al profilo di un semi-autore) di trapassare nella pagina e irradiarsi come per osmosi. Scriveva, per esempio, a Giovanni Lami il 23 novembre 1741, presentandogli (e difendendo) la sua Guerra de’ ranocchi e de’ topi:
Io per me giudico che il pensare all’educazione e al profitto de’ giovanetti e porger loro con diletto e piacere alcun utile indirizzo non disdica né pure a’ letterati più sublimi, tra’ quali certamente io non m’annovero, ma solamente e appieno tra i menomi studiosi delle lettere.59
L’excusatio, nata anche da giudizi sprezzanti che Ricci, nella lettera, riferisce d’aver sofferto, assesta in modo semplice e diretto, la questione. La forza dell’autorità di Omero (minore o meno che lo si voglia considerare) autorizza una volta di più la proposta di testi in cui coesistono contenuti di un certo peso concettuale e forme comunicative, espressive, non solo belle e suadenti come lo sono in genere quelle poetiche, ma perfino più leggiadre, piacevoli e giocose, capaci di elevarsi e rendere affabile e «aggradevole» uno strumento essenziale alla costruzione dell’individuo. Siccome il piacere (fattore sensibile, a-concettuale) della lettura è sempre compensato dall’onestà e dal decoro,
[…] reputo […] necessari – dichiara Ricci – gli ameni motti e le sollazzevoli composizioni a ricreare opportunamente gli animi e a risvegliar la letizia, ch’è la vera e sola panacea per guarire, quasi dissi, da ogni male e quel prezioso lattovaro che lo spirito egro cura e conforta, e ci prolunga giocondamente la vita. Tanto più, che l’onesta ilarità non solo non pregiudica alla virtù, ma anzi la fa comparire d’un’aria più bella e d’un sembiante più grato ed amabile.60
Ma, in fondo, non è un caso che prima di un’operazione che scomoda un nome forte e illustre dell’antichità Ricci si fosse esercitato sulle favole di Esopo. Un testo in cui il «profitto» e il «piacevole», sempre condensati nella forma agile di «motti» e composizioni amene e graziose, si erano assimilati o sovrapposti ancor più esplicitamente; fosse poi o meno, come sostiene Argelati, «la più bella traduzione che sia mai uscita in italiano»61 , senza alcun dubbio era un’operazione che coglieva bene, anche personalizzandone alcuni aspetti, una fase di recupero e rinascita dell’interesse per la favolistica, in un secolo che l’avrebbe portata anche a sostituire i primi (eleganti, utili, muratoriani) germi arcadici – «condizioni spirituali ed artistiche», per come le definiva Filosa62 – con un impianto che più profondamente entrasse nelle fibre della nascente opinione pubblica.63
Ma proprio il caso delle Favole è quello che forse meglio si presta a capire cosa stia alla base dell’operazione di riscatto, se vogliamo così chiamarla, che Ricci sembra ipotizzare.
Anzitutto, la versione esopica, in strofi anacreontiche «di sette» e «d’otto sillabe»64 , risponde alle esigenze dell’utilità (un utile pratico-intellettuale, oltre che morale), assimilabile alle esigenze della didattica pura, poiché trasforma la lettura della versione in un’attività di laboratorio e fa del libro tradotto un libro di testo a pieno titolo, atto a completare la piccola biblioteca dello studente:
[…] sono certamente queste favole molto utili agli studiosi per apprendere la lingua greca, poiché, essendo brevi, facili e gustose, dilettano a studiarle. Ed io posso dire di me medesimo che molt’obbligo professo loro, conoscendo d’aver ricevuto da esse non piccolo aiuto per far profitto dello studio greco. Perocché, quando da giovanetto io studiava la lingua greca, aveva sempre appresso di me il libro delle favolette d’Esopo insieme col picciol Gressero; e l’uno e l’altro del continuo io rivolgea, onde iniziato, per così dire, col mezzo di questi due libretti, cominciai indi a non molto a poter passare agli autori più difficili, e capirgli. Per la qual cosa sperando che possano giovare eziandio agli altri giovanetti che vorranno similmente applicarsi allo studio di questa lingua sì necessaria per la letteratura, ho voluto insieme colla mia versione toscana ristampare il testo greco.65
Come si vede, la funzione pratica (quella propria di uno strumento di lavoro, di un utensile della mente) è ricondotta alla sua dimensione scolastica, là dove i grandi maestri dello Studio l’avevano esercitata e là dove è necessario che si continui a difenderla; le parole di Ricci sono chiare, del resto: il libro nasce per «utilità» degli «studiosi», per permettere loro (futuri letterati o membri a loro modo attivi della società) di «apprendere», di «studiare», di «capire», di «giovarsene», di «applicarsi allo studio» di una lingua «necessaria»; e altrettanto definita è l’impostazione metodologica che la mano magisteriale di Ricci imprime all’operazione, davvero laboratoriale e capace di ricordare, a tratti, quello che oggi si tende a ricondurre sotto la formula ben più ampia e articolata di didattica attiva. Anche su modello del maestro Salvini (che aveva «invitato» i «suoi scolari» a «dichiarare» la lettera di Omero66 ), Ricci sostiene infatti che gli studenti,
[…] coll’aiuto di essa [scil. la traduzione] più facilmente intenderanno il testo greco, ma in modo però che bisognerà che essi medesimi vi studino su, poiché, essendo fatta secondo i sentimenti e non già secondo le parole, aiuta bensì lo studente ma non lo anneghittisce, come possono fare per avventura le traduzioni onninamente verbali.67
Mentre al pubblico non specialista (che è peraltro davvero tanto generico: «o sieno fanciulli o sieno adulti») resta comunque accessibile una porzione sostanziale del libro, siccome le favole gli «recheranno non piccola utilità per mezzo degli ottimi e giovevolissimi precetti della vita».68
Accanto a un quadro del genere, che prudentemente sembra anche prendersi a cuore la tutela del docente-traduttore e delle sue buone intenzioni, ovviamente, però, c’è qualcosa di più.
Già nei passaggi di taglio pedagogico Ricci ha insinuato alcune allusioni ‹estroflesse›, tutte rivolte alla qualità formale delle sue versioni e alla convinzione che sia questa a esaudire versatilità ed efficacia del libro tradotto. In altre parole. Se già le sue versioni sottopongono un piacevole esercizio di (ri)appropriazione dell’originale agli studenti (sono fatte «secondo i sentimenti e non già secondo le parole»), quando si tratta di rivolgersi invece a un pubblico più difficile da inquadrare, perché amorfo o non meglio strutturato, non è forse lo stesso criterio, quello che garantisce la fortuna del libro? Cos’è che gli permette di essere ben recepito da un lettore che non potrà ricorrere a un soccorso postumo, a un correttivo scolastico e colto? Com’è possibile che il traduttore preservi la verità del testo (l’insegnamento, certo, ma anche l’opera che la trasmette), senza trasformarlo in un distillato pedissequo (impoetico), fatto a calco sull’originale o appesantito da un corredo di note a margine? La chiave è nel prolungare – sino a renderlo stabile e permanente, una costante – quell’effetto sensibile, quasi edonistico, impresso dal piacere della lettura e che, come una forma particolare di imprinting, agiva già sulle menti inesperte e volubili dei ragazzetti: la chiave è nell’estetica.
Il primo indizio evidente – macroscopico – è sicuramente la forma in cui nel 1737 si presentano le favole: partendo da un testo in prosa, appoggiandosi certo alla tradizione di Fedro e, meno, a quella di La Fontaine (che tuttavia presuppongono entrambe anche un processo di libera imitazione del modello)69 , Ricci approda ai versi, e per di più in soluzioni spesso polimetriche e a tratti quasi libere:
[…] in rime anacreontiche toscane le ho tradotte [scil. le favole] […] di sette sillabe […] ma […] non poche [sono anche] fatte con versi d’otto sillabe, che sono di un numero più pieno e più armonioso […] [e] alcune [le ho] composte con versi mescolati di sette e d’otto sillabe con tal’arte, che, se l’orecchio m’ha detto il vero, quel mescolamento fa piuttosto bene.70
Una libertà evidente di forma (e, vedremo, anche di concettualizzazione) sigillata da un verbo quale «comporre», che non può non suggerire l’idea di una scrittura invogliata a sconfinare nell’alveo autoriale, proprio a un artigianato fine e ambizioso. Di fronte a questa possibilità Ricci si muove con una certa leggerezza, sfruttando gli strumenti che gli son messi a disposizione dal gusto e dall’uso tecnico dell’epoca:
Né potrei io così facilmente ridirvi quanto io v’abbia lavorato sopra per renderle chiare, facili e naturali, e quasi spontaneamente venute di per sé. Talché alcuno per avventura si supporrà averle io partorite senza doglie. Ma oltre a potergli io allegare le infinite cassature e mutazioni che sono nell’original manoscritto, prego questo tale a provare un po’ lui a prendere alcuna di queste favolette in prosa, come furono scritte, e mettersi a tradurla in versetti anacreontici colla rima, siccome ho fatt’io, ristringendosi al solo sentimento dell’autore e non isvolazzando liberamente col proprio pensiero dovunque voglia, ch’io sono sicuro che, se a far ciò intraprendesse, «saepe caput scaberet vivos et roderet unguis».71
L’unico possibile rischio è limitato a rarissimi ed assai circoscritti luoghi del testo, in cui dice d’essersi dovuto staccare appena dal corredo figurale della favola originale, per far qualche concessione allo schema ritmico. Questo, però, è un elemento indispensabile all’anacreontica e a una certa poesia moderna, che Ricci da par suo non demonizza e che, invece di trascinarlo in un comporre «lambiccato, [in] una quintessenza di pellegrini e sollevati pensieri […] [o in] gran voli»72 , viene anzi speditamente nascosto e come anestetizzato in un elenco di excusationes (o di argumenta, piuttosto) capaci di mettere in luce i meriti estetici della versione. Cedere qualche sillaba o qualche parola alle regole della metrica italiana, spiega Ricci, dipende in fondo anche «dalla vaghezza» dello scenario evocato per trasporto di fantasia o da non meglio precisata «altra cagione»73 (quale potrebbe benissimo essere il caso di punti già in greco «oscuretti […] e non convenienti alla sostanza»)74 .
Anzi, a voler guardare più addentro le maglie dei ragionamenti di Ricci, si vede bene come l’arbitrio (o il gusto educato, colto) del traduttore possa muoversi con libertà molto ampie, davvero simili a quelle di un autore o, in particolare, di un poeta. E questo non è un discorso che vale solo per ragioni tutte relative alla fortuna settecentesca del genere favolistico,75 ma per le parole con cui Ricci inquadra criticamente il greco delle favole. Ricci gioca appunto sull’idea – fortunatissima, al tempo – non tanto di far incontrare strutture linguistiche e metriche, con l’ansia di farne un calco anche sintattico, retorico e terminologico (le «traduzioni onninamente verbali»76 , che tuttavia ricordano in eco anche quelle «attaccate alla lettera» e di «sussidio» tecnico-lessicografico fatte da Salvini77 ), quanto invece di preservare il sentimento, ossia il «concetto, pensiero»78 essenziale dell’originale; e questa «sostanza de’ sentimenti»,79 come altrove Ricci la definisce parlando invece di Omero, si dà il caso che Esopo l’abbia saputa «col dolce delle grate finzioni condire» e far figurare in un tessuto testuale che, in quanto allegorico, è elevato al grado di poetico, tanto da non poter essere tradotto che col «metro anacreontico, che d’ogni altro è il più dolce»:
Esopo, coll’allettamento delle leggiadre favolose immagini insinuandosi, insegna insieme e muove, e per mezzo delle vaghe, dilettevoli similitudini per siffatto modo imprime negli animi i suoi documenti, che quindi non si sogliono giammai cancellare.80
Nelle parole di Ricci è evidente l’impiego volontario di un glossario tutt’altro che familiare alla diegesi, ma, stanti i presupposti poietici della favola, comunque non estraneo a un autore-λογοποιός come Esopo.81 È quanto ci si aspetta parlando di poesia e di testi che accendono nel lettore una reazione fantastico-immaginativa e lo fanno accedere a una serie di meccanismi psichici ed emotivi, o comunque interiori, che sono sensibili alla suggestione del bello. E Ricci, nella cui memoria lavora certo la tradizionale associazione di Esopo a poeti e filosofi,82 sembra fare di tutto per sottolineare il potere affascinante e suasorio («il muovere») che si trova negli scenari fantastici e suggestivi di un testo le cui immagini «leggiadre» e «favolose» (cioè: μυθικές) e il cui parlar per metafora, «vago» e «dilettevole», possono «insinuarsi» nell’animo del lettore e «imprimervi», come per incanto, figure suggestive, oltre a quegli insegnamenti («documenti», nel testo) per come si addice alla sapienza degli antichi.
La forma dell’anacreontica, poi, è perfettamente in linea col sistema dei generi di ascendenza classica, col sentire tecnico-prosodico dell’età arcadica83 e, soprattutto in Ricci, risponde al tanto rivendicato bisogno di adeguatezza rispetto ai contenuti delle favole, che sono quadretti immaginifici (brevi, simbolici, piacevoli) la cui funzione maieutica non viene scalfita dalla facilità del suono e della rima.84 Che questa gerarchia di forme della scrittura si potesse poi leggere con serena licenza, lo avrebbero dimostrato gli accenni obliqui nel ragionamento sul tenore poetico-sublime della prosa elegante e la scelta della sestina anacreontica, nel 1741, per una versione «aggradevole» (di nuovo) della Batracomiomachia:
Una licenza veramente mi son preso, [in questa versione,] – ammette Ricci – la quale penso che mi accorderete, anzi, per avventura direte che in servirmene ho fatto benissimo. Omero descrisse questa guerra in versi esametri ed io l’ho tradotta in versi e sestine anacreontiche, imperciocché, essendo piccoli i combattenti e piccole l’armi con cui si feriscono, piccoli similmente m’è paruto che torni bene essere i versi che la lor battaglia descrivono. Ma facciamo [dunque] un poco per ultimo questa giustizia ad Omero, ché egli non solo è stato l’inventore e il maestro della poesia eroica, ma ancor della piacevole; del che il mondo gli si dee chiamare assaissimo obbligato.85
Questo, perché a dettare le proprie condizioni sono sempre le ragioni del sentimento (non dei verba resi a calco); quelle più importanti fra tutte e che custodiscono la verità dell’originale; e sono ragioni poetiche (tutelate nelle loro articolazioni dal nome di Omero o dal prestigio sapienziale di Esopo) quelle a cui, affinché siano opportunamente comunicate agli uomini, il docente-traduttore (o il traduttore-autore?) presta la propria perizia estetica, come se ne fosse la cassa armonica. E in questo la visione di Ricci rispecchia sicuramente lo stato del dibattito sulle traduzioni, per come s’articola attorno agli anni Trenta-Quaranta del secolo. Ben presenti gli interrogativi sui meccanismi eidetico-rappresentativi della poesia,86 toccati sebbene in spazi collaterali (quelli dei paratesti, non della saggistica); ancora un poco distanti gli interventi d’impatto più evidente o massivo sulla tradizione prosodica e sulla teoria stessa del testo letterario, che di lì a qualche decennio avrebbero aperto anche a nuove sensibilità e nuove prospettive, aggettate, tra l’esempio dell’Ossian cesarottiano e recuperi classicisti, sull’Ottocento.