Federico Pietrobelli – Note a Liriche randagie (Puntoacapo 2021) di Francesco Zevio

Francesco Zevio esplora più modi del verso con la giocosità del musicante e l’assillo di una queste esistenziale: da quartine in endecasillabi regolari ad architetture pienamente mosse e aperte, memori ad esempio di un Pound. Questa, la disposizione versale ‹libera›, che nella raccolta domina, è una imitatio spiritus: vorrebbe indicare modi e tempi della lettura al pari di uno spartito, vorrebbe far visibile, presente e manifesto il dettato. V’è sempre in essa un non sai che di giovanneo: et Verbum caro.
Penseremo poi a Campana e soprattutto a Caproni per il filo rimico o pseudo-rimico che trama con arte sicura queste poesie. E si noterà come anche qui vi sia gioco tra alto e basso nel senso di Caproni: musica assoluta e gusto per l’immagine povera. Musica assoluta che è il frutto del nichilismo europeo pensato con rigore: non tanto l’art pour l’art perché non c’è un senso e quindi tutto può crearlo, ma perché il senso c’è ed è uno ed è il nulla – l’arte è uno «smalto sul nulla» («Nichts und darüber Glasur»), per dirla col Benn di Altern als Problem für Künstler. D’altro canto Zevio accoglie la sindacabile realtà del mondo attraverso registri espressivi variegati, porzioni di lingua alla lirica solitamente vietate, commistioni di più idiomi, con plurilinguismo filodantesco.
Di qui l’antinomia vivificante del titolo della raccolta: Liriche randagie. Lirica è accentramento, condensazione, espunzione inflessibile dell’eccedente. Randagio è ricerca, raccattatura, orgia. Non è d’altronde un errare romantico tra gore e picchi quello del poeta, ma una marcia in periferia: del mondo, della città, della storia. Questo stato di allerta in vacanza, questo vacare apprensivo non appartiene al voyeur che cerca fuori di sé la meraviglia con cui fare un bel reportage, ma al pellegrino che deve fare le sue tappe, o al paladino che deve traversare i suoi castelli e affrontare i suoi mostri. Tale consapevolezza affiora ancora sporadica, ma allora vivissima, su una superficie poetica, nel lago del cuore, spesso torbida di dolore egotico. Dolore che durante la raccolta viene filtrato da un’intelligenza vieppiù chiara e a tratti estinto nella pura presenza della mente e della natura, questi due specchi che si riflettono infinitamente, nell’infinito innominabile a cui la poesia accenna.
Dove la psiche si apre al paesaggio e riprende fiato? Si direbbe per Zevio: in un boschetto di campagna, Dodona cisalpina e transtemporale, è lì che può avvenire una ierofania. E poi nella biblioteca che è la natura quale riserva di nomi esatti da dare alle creature, esattezza che le preserva dal diventare astrazioni, ovvero numeri e merci. E infine in una biblioteca vera e propria di scaffali e libri occidentali, conosciuta a fondo in molte sue epoche e lingue. Erudizione di cui Zevio non fa sfoggio, ma usata con quell’intima dimestichezza che è segno certo di vitalità: le dee appaiono, chiamate per nome come amiche di giochi d’infanzia.
L’operare di Zevio, tra dettato familiare e rabeschi musicali, è cólto, ossia attesta da dove viene e tenta di comunicare dove va. Conscio che a pochi è dato parlare; che a tutti è dato ascoltare; e che se quei pochi non ascoltano cioè non meditano, anche a loro verrà tolta la parola. Dall’annosa balbuzie d’avanguardia, al dettato da ‹carodiario›, al verso «intrecciato di frammenti» di quei poeti che han «sen d’enfanza» come già enuncia Marcabruno in Per savi teing ses doptanza, la parola è tolta a chi non le offre il culto di silenzio e riflessione che le si deve, perché semplicemente essa risulta vuota.
Si scorge infine in queste poesie un raggio classico per serenità, di un sole di meriggio greco, quando ci si ripara sotto il platano in riva all’Ilisso, e si comincia a parlare di anima e di eterno. È il basso continuo che lega queste poesie: il simposio. Un desiderio colloquiale regge la parola di Zevio, la speranza che un altro e una comunità prestino ascolto. Questa speranza s’incarna non senza leggerezza nel mitologema poetico classico di un salvifico ordito di citazioni, o in quella Romantik del viaggio del poeta quale simbolo del viaggio umano universale. Mentre la parola che in questa silloge meglio trova un proprio orientamento tra logos e comunità linguistica, ci pare essere quella della litania: un fischiettio di note lucenti, nelle composizioni più limpide e compatte, diremmo noi: più liriche.

Ringraziamo la casa editrice Puntoacapo per il gentile assenso alla pubblicazione delle quattro poesie di Francesco Zevio tratte da Liriche randagie che trovate sotto il link seguente:
poesie.pdf